Sulla tipologia dell'essere umano che va in vacanza e prende il traghetto
Quest'oggi tratteremo, come si evince appunto dal titolo, sulla tipologia dell'essere umano che va in vacanza e prende il traghetto.
Egli è pronto al mattino anche se il porto dista cinque chilometri e la nave salpa di sera.
Tormenta i suoi familiari, già durante la prima colazione con frasi del tipo “siete pronti?” “le pillole contro il mal di mare ce le abbiamo?” “i biglietti li hai presi?” “i panini sono nello zaino?”. Non contento, controlla lui stesso se i familiari sono pronti, se ci sono le pillole contro il mal di mare e se i biglietti e i panini sono nello zaino. Scombina dieci volte ciò che la moglie ha messo ad incastro, prende i biglietti, li mette nel suo marsupio insieme alle pillole contro il mal di mare, li riposa da dove li ha presi ma si accorge che ne manca uno, esce i panini con la mortadella, grida alla moglie “ma quello col prosciutto dov'è?”, cerca affanosamente il biglietto perduto e lo trova unto e bisunto nel panino con la pancetta coppata.
Finalmente è l'ora. Sono le due del pomeriggio e la nave parte alle nove di sera.
Chiude la porta di casa con i i biglietti tra i denti e la riapre per controllare se ha lasciato i biglietti sul comò.
Tutti in macchina e via verso il porto.
Arrivo alle due e trenta..
Saluta con fare festoso i finanzieri all'entrata del porto e si dirige verso la nave per Tunisi.
Si insospettisce un po' quando in una lingua sconosciuta simile all'arabo gli fanno cenno di entrare nella pancia del traghetto.
Bene, il traghetto per Napoli è un po' più in là.
Si mette in coda (è lui solo) e nel frattempo chiede alla moglie “le pillole contro il mal di mare ce le abbiamo? i biglietti li hai presi? i panini sono nello zaino?”
Durante l'attesa si addormenta con la bocca aperta sul sedile e viene svegliato dalla moglie che lo strattona urlando “stanno cominciando ad entrareeeeeee!”.
Gli viene un mezzo colpo, apre il marsupio, non trova i biglietti, controlla le tasche, niente, scippa la borsetta alla moglie, fruga tra rossetti e tampax, cerca negli i-pod delle figlie, sotto il sedile, sotto il tappetino, inarca la schiena e tasta sotto il suo sedere, eccoli!
Un po' accartocciati, ridendo, li consegna all'addetto.
Entra nella pancia della nave.
Chiude la macchina con l'antifurto che poi suonerà per tutto il tempo della traversata, prende borsoni e zaini e urla alla moglie “le pillole contro il mal di mare ce le abbiamo? i biglietti li hai presi? i panini sono nello zaino?”. La moglie esausta, gli fa notare che i biglietti li ha già dati agli addetti e che tutto il resto è nello zaino.
Ok, va bene, si sale sul ponte.
Naturalmente non trova la porta che conduce al ponte.
Cerca di forzarne una dove c'è scritto a caratteri cubitali “VIETATO L'INGRESSO”. Capisce poi che è meglio seguire il flusso di gente che s'incammina verso un'apertura con su scritto “AL PONTE – CABINE”.
Sudato e con l'affanno prende possesso della cabina.
Ancora con i bagagli in mano litiga con le figlie e le figlie litigano con lui, poi se la prende con la moglie e la moglie se la prende con lui, tutto per decidere su quali letti dormire. Alla fine decide lui. Le ragazze dormiranno sui letti a castello e lui e sua moglie su quelli in basso, perchè dice sghignazzando che se le nave affonda, lui da basso è il primo a fuggire.
Inizia l'ispezione cabina.
Alza i materassi e i cuscini per vedere se c'è qualche animalaccio sotto. Apre l'armadio e trova i giubbotti salvagente, ne indossa uno e si fa fare dalla moglie una foto. In bagno, prende carta igienica, saponette e asciugamani e se li conserva nello zaino. Però poi li esce perchè gli serve la carta igienica e vuole farsi anche la doccia. Fa un lago in bagno e butta l'asciugamano a terra per arginare l'acqua.
“I panini sono nello zaino?” domanda alla moglie.
“Ma quello col prosciutto dov'è?” cerca, fruga, rivolta, ma trova solo fette di bresaola e sottilette light fuoriuscite in tutta quella frenesia di cercare. Strabuzza gli occhi quando si accorge che non hanno acqua da bere.
“Berremo quella del rubinetto del bagno” sentenzia.
“Le pillole contro il mal di mare ce le abbiamo?” E' passata un'oretta dalla cena e ora avverte un po' di nausea. La moglia suggerisce che probabilmente la nausea è dovuta al fatto che ha bevuto l'acqua salmastra dal rubinetto del bagno e poi il mal di mare è strano averlo ora, perchè ancora la nave è agli ormeggi.
Ecco che finalmente si parte, lui urla “ci muoviamoooo!” e ordina a tutti di andare di corsa sul ponte ad ammirare il panorama. Vanno tutti su ma lui esce non prima di aver messo la borsetta della moglie sotto il matetrasso e gli i-pod delle figlie sotto il cuscino. Poi va via lasciando la luce accesa perchè tanto non la paga lui la bolletta.
Dopo aver ammirato il panorama, va nella sala riunioni dove ha lasciato la moglie che ha preso possesso con giacche e sciarpine, di un paio di poltroncine e di un tavolo pieno di tazze bicchieri sporchi. Si seggono, dicono che tra un po' arriva un cantante.
Aspettano due ore seduti, guai ad alzarsi, che ce ne sono altri cento pronti a rubarti il posto.
Ha sete, prende una birra piccola che divide con la moglie. Mezzo bicchiere l'uno più due sorsi alle figlie che brontolano che vogliono il gelato che lui nega dicendo “non cominciamo con le spese pazze”.
Arriva il cantante. Strimpella al piano e urla al microfono le canzoni di Franco Califano distruggendo i timpani del nostro amico che però non si sposta di un millimetro perchè le poltrone sulla nave sono ancorate al pavimento. Chiede che le casse vengano spostate, ma nessuno lo degna di uno sguardo.
Dopo quattro ore di piano bar, vanno a letto.
Di notte il mare si agita.
“Le pillole contro il mal di mare ce le abbiamo?” sussurra alla moglie con la lingua impastata.
Si alza di scatto in preda alla nausea, ma sbatte la testa sul lettino di sopra. Imprecando corre in bagno per vomitare ma inciampa sull'asciugamano messo ad arginare l'acqua della doccia e si catapulta con la testa dentro il water.
La moglie gli dice che forse è stata la birra o l'acqua salmastra che ha bevuto dal rubinetto del bagno.
Finalmente riesce a prendere sonno ma una zanzara lo punzecchia sulle mani e sull'orecchio, starnutisce e si accorge che ha freddo, tanto freddo.
L'aria condizionata è a mille e non riesce a trovare un qualsiasi pulsante o levetta per spegnerla.
Da una maledetta grata esce lo spiffero gelido che sembra un monsone tibetano a gennaio.
Si copre pure la testa con la copertina consunta in dotazione alla cabina e chiede alla moglie se per caso si vuol coricare accanto a lui così lo riscalda. La moglie esausta, acconsente e così si lascia cullare dalle onde e dalla nausea che non l'abbandona, confortato dal tepore del corpo della moglie.
“Buongiorno, sono le sei e trenta, la temperatura è di 30°, arrivo previsto al porto di Napoli tra dieci minuti circa.”
La voce gracchia dall'altoparlante in cabina.
Lui si stiracchia e comunica ai familiari che ha le ossa rotte e che ha passato una notte d'inferno.
“Dieci minuti??” realizza che il tempo che ha a disposizione prima dello sbarco è pochissimo.
Infila tutto nello zaino, indumenti, scarpe, ciabatte e rimasugli di panini, pure gli asciugamani zuppi della sera prima così per ricordo. Vorrebbe portarsi il salvagente ma non entra nello zaino. Rimpiange che non sia inverno perchè avrebbe potuto metterlo sotto la giacca a vento.
Infine, minaccia di ritorsioni chi vorrebbe farsi una doccia prima di scendere.
E' davanti ad una porta chiusa da dove, così lui asserisce, si accede immediatamente al garage.
La porta si apre e spinto dalla fiumana di gente che sta dietro di lui (era il primo) entra in garage ma un lungo muro di Tir e camper non gli fa vedere la sua auto.
Vaga in cerca della sua macchina.
Costringe i suoi a seguirlo nella certezza di averla vista.
“E' lì la vedo.”
Naturalmente si sbaglia.
Risalgono le scale ed escono da un'altra porta da dove riesce ad intravedere il suo automezzo che ormai, allo stremo della sua batteria, fa un debolissimo bip.
Inserisce la chiave.
La batteria ha esalato il suo ultimo bip.
E' morta.
Tutti sono scesi dal ventre della nave.
Lui era il primo, adesso è l'ultimo.
Nessuno dietro di lui.
Si avvicina un tizio.
“Cumpà, ci ho per te na batteria nova nova...ci ho pure magliette di marca e borzette firmate.”
Lui guarda la moglie e figlie e poi urla.
“Non cominciamo con le spese pazze, eh!”
The Carnival Is Over
by DEAD CAN DANCE
I Dead Can Dance sono un duo musicale anglo-australiano composto da Lisa Gerrard (contralto) e Brendan Perry (baritono). Il gruppo nasce a Melbourne nel 1981, si scioglie nel 1998 e viene riunito per un tour mondiale nel 2005.
Dopo un inizio non troppo fortunato in Australia, i due si trasferiscono a Londra, dove dopo un anno firmano un contratto con l'etichetta discografica indipendente 4AD – etichetta di punta della scena alternativa britannica – di cui diventano una delle band più importanti. Durante gli anni '80 confezionano album dallo stile caratteristico che raccolgono attorno a loro un nutrito gruppo di appassionati. Una decina di anni dopo i due artisti cominciano a lavorare a progetti solisti, la Gerrard torna in Australia, mentre Perry acquista una chiesa sconsacrata in Irlanda, la Quivy Church, e vi si sposta per viverci e lavorare.
Assegnare un genere definito alla loro produzione musicale non è semplice, tuttavia si possono individuare alcune fasi, tutte contraddistinte da una precisa ricerca etnologica e musicale. I loro primi album rientrano certamente in un filone di dark wave con influenze di musica della tradizione gotica ed arcana nell'accezione piu'ampia del termine, cui seguono esperimenti etnici ed alcune esplorazioni del repertorio europeo medievale e successivamente l'esplorazione delle tradizioni persiana e australiana aborigena. Cifra stilistica del duo sono le voci dei due artisti (l'incredibile estensione vocale di Lisa Gerrard le è valso il Premio Oscar per il tema portante della colonna sonora del film "Il Gladiatore") e la cura degli arrangiamenti.
Miei cari, vi faccio conoscere una canzone stupenda cantata da una cantante olandese. Anouk.
Lost
If roses are meant to be red
And violets to be blue
Why isn't my heart meant for you
My hands longing to touch you
I can barely breath
Starry eyes that make me melt
Right in front of me
Lost in this world
I even get lost in this song
And when the lights go down
That is where I'll be found
This music is irresistible
Your voice makes my skin crawl
Innocent and pure
I guess you heard it all before
Mister inaccessible
Will this ever change
One thing that remains the same
You're still a picture in a frame
Lost in this world
I even get lost in this song
And when the lights go down
That is where I'll be found
I get lost in this world
I get lost in your eyes
And when the lights go down
That is where I'll be found
I get lost in this world
I get lost in your eyes
So, when the lights go down
That's where I'll be found
Am I the only one
Sperduta
Se le rose sono destinate ad essere rosse
E le viole ad essere blu
Allora perché il mio cuore non è destinato a te?
Le mie mani vogliono toccarti
Ma non posso minimamente respirare
Occhi stellati che mi fanno sciogliere
Dritti davanti a me
Sperduta in questo mondo
Sono anche sperduta in questa canzone
E quando le luci svaniranno
Ecco dove sarò ritrovata
Questa musica è irresistibile
La tua voce rende la mia pelle sensibile
Innocente e pura
Spero che tu abbia già sentito tutto
Mister Inaccessibile
Questo non cambierà mai
Una cosa rimane la stessa
Tu sei ancora una fotografia in una cornice
Sperduta in questo mondo
Sono anche sperduta in questa canzone
E quando le luci svaniranno
Ecco dove sarò ritrovata
Sono sperduta in questo mondo
Sono sperduta nei tuoi occhi
Così quando le luci svaniranno
Ecco dove sarò ritrovata
Si Si
Sono sperduta in questo mondo
Sono sperduta nei tuoi occhi
Così quando le luci svaniranno
Sono l'unica
Ooh
Sala d'aspetto
Ho avuto un'idea magnifica.
Nel mio vario peregrinare tra studi medici specialistici e generici, commercialisti, avvocati, ier l'altro mi sono soffermata a guardare con estrema attenzione la sala d'aspetto di un medico ove mi trovavo e da qui è scaturita l'idea pur'essa peregrina di fare uno studio, direi meglio, un'indagine, sulle sale d'aspetto in cui ci tocca appunto aspettare il nostro maledetto turno.
La sala d'aspetto della quale oggi mi voglio occupare, è situata in una zona molto popolare, piena di negozi tipo “Solo Firme” (taroccate), negozi cinesi, fruttivendoli e pesciaiuoli. Di questi ultimi due ho colto un discorso smozzicato nell'apprestarmi a grattare il gratta e posteggia della zona blu in cui mi trovavo. Faceva pressappoco così.
-Sentisti che un turista nta spiaggia trovò du chila di droga e un mazzo di 12mila euro?-
Purtroppo non colsi il seguito, in quanto già era l'orario del mio appuntamento con lo specialista.
Eccomi arrivata al numero 121.
Cerco il campanello. C'è soltanto il nome di un avvocato. Però piccolissimo, noto il nome del mio specialista sotto al suo. Salgo una scala di otto gradini tanto ripida che a momenti mi levo gli incisivi con una ginocchiata. Busso e mi apre lui sorridente che dice di accomodarmi nella Sala d'Aspetto.
Sono sola. Io e la Sala d'Aspetto.
La scruto, l'odoro, l'ammiro, mi dà la pelle d'oca, rido, ho le lacrime, vorrei farne un film.
Ad occhio e croce essa misura 4,20 X 2,50.
Una tenda con le frange di ciniglia marrone nasconde una porta chiusa.
Elenco oggetti sulla scrivania:
Penna e calamaio su supporto in similpelle scrostata, con incorporata rubrica telefonica e combinatore alfabetico esterno, che giri alla lettera A e ti si apre la rubrica alla lettera G.
Vaso arcobaleno di materiale indefinito con fiori finti azzurri, gialli e arancio.
Lumetto ad olio finto di ceramica bianca.
Statuina in porcellana raffigurante bimba vestita di bianco accanto ad alberello.
Portacenere in stile orientale dorato.
Al soffitto neon con plafoniera in plastica quadrettata.
3 sedie tipo soggiorno cucina con seduta impagliata con fibra di naylon che imita la corda.
Alle pareti:
Cartello “vietato fumare” a norma.
Poster planisfero incorniciato sottovetro.
Stampa veduta di Parigi (pessima).
Stampa Monet di papaveri (pessima).
Stampa veduta di San Pietroburgo (pessima).
Calendario “Coiffeur Sabrina” del 1998.
Quadretto astratto tipo vernice colata a caso.
Dietro la porta c'è una santina con ulivo forse benedetto.
Accanto al gomito sinistro mi punge la plastica di un ficus.
Enorme anfora con cinque girasoli di plastica.
Infisso in alluminio anodizzato dorato nascosto da una tenda che un tempo forse era bianca.
Ecco che allora sorta mi è l'idea di visitare altre sale d'aspetto usando un piccolo espediente.
Telefono per prendere un appuntamento.
Ivi mi ci reco.
Busso, mi accomodo in Sala d'Aspetto e prendo appunti.
Dopodichè quando avrò finito la mia indagine farò finta di parlare al cellulare e candidamente dirò alla segretaria, ove ci fosse, “scusi devo scappare che mia figlia è dall'amica e non si sente bene poi mi faccio risentire per un nuovo appuntamento”.
Quindi mi dò alla fuga con sottobraccio il mio prezioso dossier.
Rispondo preventivamente alla domanda che molti di voi avranno sulla punta della lingua “e se entri nella Sala d'Aspetto e non devi aspettare in quanto è già il tuo turno?”. Uso lo stesso metodo di cui sopra dicendo che la telefonata l'ho ricevuta mentre stavo in ascensore o per le scale.
Penso proprio che pubblicherò un saggio sulla materia.
Mi suggerite il titolo?
Tasci
Tascio, ai miei tempi, era una brutta cosa esserlo.
Non tanto perché uno lo era e ne soffriva, questo no, anche perché chi tascio era ed è, non se ne rende conto, quanto perché era ed è etichettato come persona non desiderata a feste e comitive, compleanni e matrimoni.
Il tascio era identificato in vari modi.
Colui che si metteva i pantaloni a zampa quando invece si usavano a tubo e viceversa, era un tascio.
Chi parlava in dialetto (orrore) era un tascio.
Anche la macchina poteva essere simbolo di tascitudine. Andare in discoteca o a prendere la ragazza con la fiat 850 bianca o l'Opel di papà era alla stessa stregua di un reato, così come ascoltare musica napoletana.
Poi capitava che la ragazza di buona famiglia, papà medico, mamma insegnante si mettesse con un tascio.
Diciamolo, tascio era anche chi era di umili origini, anzi veniva etichettato come proveniente da “gente bassa” o “popolino”.
E qui era tragedia.
-”Che fa suo padre?”-
Era la domanda tipica che gli allarmati genitori ponevano alla loro figliola la quale li sbarazzava rispondendo con un evasivo “ma chennesò io”, ma loro indagavano. C'era sempre qualcuno che conosceva zii e parenti stretti del fidanzato. Alla sera la madre, che era sempre quella che dava le brutte notizie, sussurrava al padre in cucina stringendosi le mani: -”Franco...una cosa brutta ti devo dire...
...Tascio, è”-.
Da quel momento in poi, c'erano gli arresti domiciliari.
La ragazza passava i pomeriggi a scrivere sul suo diario quanto lo amava, altro che blog, e a fare cuoricini con le penne profumate. Poi squillava il telefono, correva, ma arrivava sempre prima papà che rispondeva ad una voce femminile mai udita, simile a quella di un operato a Casablanca, che diceva timidamente:-”Chiedo scusi, c'è Giandomenica sono una sua compagna voglio dettati i compiti”-
Giandomenica... chiamata così da mamy e papy e dalle adorate zia Sifona e zia Amarcanda, chiamata Mimma, dal tascio che inevitabilmente si chiamava Jerry, ma che a casa chiamavano Mommino.
Papy, sbatteva giù e Giandomenica correva nella sua stanza a piangere sui manifesti di Luigi Tenco e dell'Equipe 84, altro che messenger e chat...
Ora i tempi sono cambiati, Franco e Franca, sono i papy e mamy di oggi a cui gli amici dei figli danno del tu e li chiamano per nome. Loro si sentono giovani e amici di tutti, hanno un tatuaggio piccolo e con una punta di orgoglio chiacchierano di blog, msn, my space e altre amenità. Il tascio non è più tascio, ma un alternativo che sa tenere il gruppo con cose divertenti come la gara di rutti.
Comunque, secondo me, il tascio anche oggi è esistente, non si è estinto.
Vaga con la sua auto sempre in cerca di un distributore di sigarette, vibra col suo stereo a mille e fa vibrare chi gli sta vicino al semaforo. E' uno spruzzo di vita che sgomma col giallo, sfiora i pedoni sulle strisce e butta le cartacce dal finestrino. Bacia ogni giorno gli amici sulle guance. Un bacio a destra e uno a sinistra.
Sa essere anche affettuoso e pulito. Quando vuole.