giovedì, 27 settembre 2007

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Cara Rosi, s'approssima l'inverno ed io come ogni brava massaia che si rispetti oltre a tirare a lucido la casa e a preparare dolcetti e gustosi manicaretti per la famiglia, comincio a pensare anche ai lavoretti di Natale.

I famosi segnaposto che segnano un notevole apporto economico alla voce del bilancio familiare, necessitano quest'anno, di una nuova veste creativa. Invero la necessità vien da dentro me stessa, la quale anche lei, me medesima, necessita di un rinnovo fisico-spirituale. Ovviamente quest'ultima cosa non è fattibile, vuoi per pigrizia o per indolenza, per cui mi tengo così come sono, tanto mi voglio bene lo stesso e le energie per il rinnovamento fisico- spirituale le dedico al rinnovamento dei segnaposti di Natale.

Veniamo ad essi.

Mi piacerebbe fare una cosa naturale quest'anno. Ho già estirpato un rametto di cipresso dall'albero di fronte casa mia per vedere quanto tempo sta senza perdere gli aghi nel bicchiere portapenne dell'ufficio, senz'acqua naturalmente. Sono passati sei giorni e resiste. Già lo vedo con un bel fiocco.

Secondo te come lo dovrei mettere? Dorato, rosso, bordò, verdone, d'organza e con una stecca di cannella? Avevo pensato ad un sacchetto (il velo tondo ecrù dei confetti) con dentro due castagne di martorana (fatte da me naturalmente), sempre attaccato al rametto di cipresso. Ma così, un euro a segnaposto mi pare poco.

Rosi, dai rifletti e dammi qualche idea carina e non dispendiosa. Poi faremo gli esperimenti insieme.

Senti un po', sabato sera, se non si esce col camper, volete venire con noi a San Martino? Conosciamo un posticino dove fanno pizza, sfincione, focacce e carne irlandese proveniente direttamente dall'Irlanda. E poi la lochesciòn è suggestiva.

Aspetto tue notizie.

Ciao ciao.

postato da: lofoten alle ore 08:11 | link | commenti (17)
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martedì, 04 settembre 2007

 

Scendo da casa alle 7.

Percorro una stretta strada poco trafficata che sbocca poi in via Paruta.

Ogni mattina, alle 7.05, una donna anziana vestita di nero siede alla fermata dell'autobus e io mi chiedo cosa faccia a quell'ora lì, in una strada così isolata, una donna di quell'età. Andrà dalla figlia? In chiesa? O sta lì solo per vedere passare una macchina ogni tanto e il camion della spazzatura? Ha la borsetta in grembo e sembra proprio che aspetti. Oggi però non c'era.

Più avanti ci sono le discariche che costeggiano il marciapiede. Materassi, mobili scardinati e ramaglie. Imbocco di nuovo una stradina e incontro un'altra discarica che però hanno finalmente recintato in modo tale che la gente non possa più buttare lì le sue cose. Le buttano, invece, venti metri più a destra, proprio davanti ad un enorme cancello dove sta scritto a caratteri cubitali e in rosso “SI PREGA DI NON DEPORRE RIFIUTI DAVANTI AL CANCELLO”.

Arrivo alla circonvallazione dopo avere superato un paio di mazzetti di fiori legati intorno ad un albero, ai quali non riesco a non dedicare ogni giorno uno sguardo, facendomi stringere il cuore.

Sul cavalcavia c'è sempre un gruppetto di persone che guarda verso Pagliarelli, grande struttura carceraria circondata da un recinto giallo. Salutano e si sbracciano facendo piccoli saltelli. Lontano da dietro le sbarre, si intravede una maglietta o un qualcosa di simile che si agita come per dire “ciao, guardatemi, io sono qui”. Uguale come quando segni sulla cartolina con una freccetta il tuo albergo e poi la mandi ad amici e parenti. Oggi c'era una sola persona sul cavalcavia. Un signore in abito scuro, anziano. Aveva in mano un fazzoletto bianco e lo agitava, come per dire “visto? vedi che non posso dormire al pensiero di te chiuso là dentro? sono scappato giù dal letto all'alba, noi vecchi dormiamo poco, e poi a quest'ora non mi vede nessuno, ma anche quando fosse...”

E mi viene da pensare, chissà a chi saluta. Un figlio, un fratello o chissà chi.

Le finestre del Pagliarelli sono piene di magliette appese alle sbarre, alcune ad asciugare, altre per parare il sole caldo che quando sorge schiaffeggia il blocco ad est.

Corro per il viale delle Scienze e passo davanti all'università ancora chiusa, sfiorando il cartello col nome della mia città con su scritto con la vernice nera “FUOCO ALLE CARCERI” e arrivo davanti a Villa d'Orleans, una bella villa, con un sacco di animali, uno stagno coi cigni e le anatre, e tanti uccelli in gabbia. Possono entrare solo gli adulti accompagnati dai bambini e viceversa. Io ci andavo con mia nonna la domenica. Ci portavamo dei tocchetti di pane duro da dare alle anatre che finiva però quasi subito. Non ho capito mai perché non ce ne portavamo dietro un sacchetto bello pieno. Una volta, un bambino sputò in faccia ad un cerbiatto, facendo ridere come matti tutti gli altri bambini che non riuscivano a trovare un modo per disturbare sufficientemente gli animali. C'era chi gridava, chi batteva le mani, chi cercava invano una pietra da tirare. Io strappai una foglia da un cespuglio per darla al cerbiatto che sembrò gradire, ma un guardiano se ne accorse e mi rimproverò.

Passo davanti alla bella cattedrale tutta illuminata dalla luce del mattino. Di fronte ci sono due o tre macchine della polizia e gli agenti chiacchierano davanti al bar in attesa di un buon caffè.

A Piazza Politeama stanno allestendo una mega impalcatura e gli operai sono in piena attività. Canterà, non so quando, Gigi d'Alessio. Poveri i turisti costretti a fotografare la facciata dello splendido teatro Politeama oscurata da un'orribile ragnatela di tubi, teli pubblicitari e gigantesche casse acustiche. Una fila impressionante di tir pieni di attrezzature per il concerto, sostano lungo la via che conduce al porto.

Già in lontananza si vede la maestosa nave da crociera attraccata al molo. I primi crocieristi mattinieri passeggiano in pantaloncini corti, cappellino e sandali con le calze. Le carrozzelle che li porteranno in giro per cifre irragionevoli, sono in attesa e, nell'attesa, i cavalli impastoiati macinano i foraggi, un giovane cocchiere dorme ancora nella sua carrozzella mentre gli altri in canottiera con le facce brutte e non sbarbate, ridono sguaiatamente.

Auto, camper, tir e pedoni, tutti stracarichi all'inverosimile, escono dai cancelli del porto. Io mi fermo e lascio passare tutti per dare un'impressione di civiltà e di educazione a chi è appena sceso dai traghetti ed ha il primo impatto con la città . Si sa, la prima impressione è quella che conta e voglio che i turisti pensino “ma guarda che gentili come si fermano anche se hanno la precedenza”.

Guardo con insistenza i camper e mi vien voglia di partire, ma l'ufficio è a pochi metri.

Posteggio davanti al vecchio palazzo nobiliare che lo ospita. Sui muri chiari campeggiano le scritte “CT MERDA”, “ULTRA' MONTALBO”, “PINO STRONZO” e vari disegni di inconfondibile natura fallica, fatti da mano giovane e poco avvezza all'arte.

Sono le 7.30. Entro e timbro il cartellino con la mia foto di quindici anni fa. Una maglietta verdina, un girocollo d'oro, una selva di capelli ricci e un sorriso da quindici anni meno. Mi ricordo ancora il momento in cui feci quella foto. Ero una dei pochi che si sottoponeva all'esperimento “foto per il badge gratis per provare la nuova kodak istantanea di Andrea”.

Quando alla SISA, invece di dare la tessera punti, sfodero per sbaglio il mio vecchio cartellino, Lo pigliano in mano, lo guardano e dicono “signora ma è lei? miiiiiiiiiiii com'era giovaneeeeeeeeee”. E' a questo punto che provo una specie di pungolo al centro dello stomaco ma poi mi passa subito.

Si chiacchiera, un po' di lavoro e non, caffè, telefonate di lavoro e non, e vai che già ora di tornare a casa.

Stesso percorso o quasi, ovviamente a ritroso, altra inclinazione solare, altra umanità da guardare.


postato da: lofoten alle ore 12:26 | link | commenti (18)
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Che io possa abbracciare tutto. Che possano crescere i fiori accanto alle mie radici. Che io possa rinfrescare me stessa e gli altri dal buon sole quotidiano. Che io possa sedermi all'ombra del grande albero con lui. Che io possa vedere fiumi e torrenti scorrere verso il mare. Che possa, ancora una volta, in un volo di libellula, sfiorare con le mie ali le acque azzurre di tutti i laghi trasparenti per poi tornare ad essere albero, ramo e foglia che non cade.

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