
Mondello
Nuotavo, nuotavo...
L'acqua azzurro-verde era bassa e la sabbia bianca era un morbido tappeto. Dietro, le ruspe spianavano la spiaggia e si montavano le prime cabine bianche e azzurre. Davanti a me, l'orizzonte di tre colori brillava in un pomeriggio di maggio. Alla mia destra Monte Pellegrino si ergeva come un'isola che non si vuole staccare dalla terra.
Volo

L'inverno è volato in un soffio. Neanche il tempo di fare il cambio di stagione che già indosso i vestiti leggeri ancora odorosi di bucato.
A gennaio sono andata al mare.
Era davvero gennaio. Uno di quei mesi freddi e nervosi dove ti passa per la testa solo di vestirti di sciarpe e calzamaglia di lana. Invece era una domenica estiva di un gennaio stranamente mite. Sui sassi bianchi e sotto il sole caldo sembrava che fosse arrivata l'estate.
Ho visto decine e decine di uccelli volare verso sud. Erano alti ed era fantastico vederli volare a stormo a distanza anche di mezz'ora l'uno dall'altro. Era come se lasciassero una via invisibile da seguire per quelli che stavano dietro e che ancora non apparivano. Era un battito d'ali lento come la corsa di un podista che sa che la meta è ancora lontana e che non vuole sfiancarsi. Uno, solo uno comandava il gruppo e teneva il ritmo dello stormo con la somma eleganza dell'esperienza di chi non è al primo volo. I più giovani rompevano il disegno e svolazzavano sgraziati un po' a destra e un po' a sinistra, ma poi si ricongiungevano agli altri. Poi più niente e il cielo stava lì solo, senza nubi, ovattato nel celeste invernale. Ecco che poi si sentiva un verso d'uccello lontano. Solitario e tenace nel suo volo, percorreva la stessa via alla stessa altezza uguale agli altri. Era giovane o vecchio? Nell'impeto della sua gioventù, chissà perché aveva abbandonato lo stormo o era la vecchiaia che rallentava il ritmo del suo battito d'ali lasciandolo solo in entrambe i casi? Dove andavano tutti? Quanta strada dovevano ancora percorrere?
Era un gennaio da non lasciare.
Io sui sassi bianchi e col mare accanto riesco a volare. Tengo il ritmo e non mi stanco, so dove andare ma non conosco la strada e i luoghi. Seguo l'invisibile scia di chi c'è stato prima di me. Volo, volo, volo e rido.
Non so quando arriverò.

Ho comprato 3 costumi.
Quelli di due e tre anni fa si sono putrefatti.
Scusino il termine macabro, ma non mi viene nessun altro aggettivo per definire il collassamento con liquame colloso appiccicaticcio dell’elastico di reggiseno e mutandine. Una cosa da non credere.
Ma porca miseria ancora il tessuto era buono! Mi sa che abbronzanti allo iodio radioattivo, l’acqua marina al mercurio cromo e il buco nell’ozono inquinato hanno fatto la loro parte.
La commessa mi ha preso una ventina di costumi ed io che ero entrata solo per un pezzo di sopra nero semplicissimo.
Blindata dietro la tenda a combinazione ho provato in fretta e furia mentre lui era fuori in tripla fila, con passaggi a senso alterno di autobus, ad aspettarmi. Un solo attaccapanni con un solo gancio per i miei vestiti e per quella caterva di pezzi di sotto e di sopra 20+20 fa 40. Accanto, una tipa che diceva che se il due pezzi non se lo metteva lei con un filo di pancia allora certune…
Tanfi e puzze di sudori di chi ha inseguito per una mattinata l’occasione senza trovarla e un parcheggio pure. Commesse gentilissime e premurose ma un tantino accelerate specialmente quando ti dicono come va signora e sbirciano dalla tenda bypassando il codice segreto. E tu con rasage non fatto e l’albume dell’inverno sulla pelle non sai cosa coprirti prima, ma soprassiedi a quell’ardore adolescenziale della commessa alle prime armi che sa che sono le tredici senza guardare l’orologio e che si deve chiudere. Gli porgi da una breccia della tenda violata i 34 pezzi che non vanno e con le scarpe slacciate e il tuo reggiseno nella borsa vai a digitare il codice segreto del bancomat. Il giusto epilogo vorrebbe che io non mi ricordassi il numero di codice. Indi per cui digito in ordine, il numero pin del cellulare, il numero di conto estinto da tre anni, le ultime cinque cifre di una password di un forum sulla cellulite e poi il numero di telefono di lui che sta litigando con un vigile. Lo vedo ma lui non vede me. Ehi, sono qui dentro al negozio help non mi ricordo il numero di codice del bancomat! Ripeto nella mia testa questa frase ma l’utente ahimé è irraggiungibile o potrebbe avere il telefono spento. L’ultima cliente se ne va, le commesse ripongono mutande e reggiseno, fuori i fidanzati aspettano impazienti.
Mi piace andare controcorrente e in questa mia testardaggine riesco a fare, a volte, anche una cosa giusta. Pochi al mondo si scrivono il numero di codice di bancomat nella rubrica del telefono. Ebbene, io sono una di questi pochi. Alla lettera B trovo “Bancod Mattia” una sorte di deformazione di bancomat camuffata da nome e un’improbabile cognome valdostano.
Sono fuori. Ce l’ho fatta.
Ma secondo voi, se mi rubano la borsa e quindi il telefonino e aprono la rubrica, possono risalire al numero di codice del mio bancomat?