SCADENZE

A lei è scaduta la carta d’identità. Anche a lui.
Del resto sono cose che una coppia d’annata fa insieme ormai. Come quando si va dal medico. Sempre in coppia. Uno si misura la pressione, l’altro racconta del dolorino al fianco sinistro.
Con l’avvento delle macchinette digitali, fare una foto formato tessera sembra una cosa semplice, ma non è esattamente così.
Lei ha una bella foto sulla carta d’identità scaduta. Fatta dieci anni fa e riciclata per due quinquenni sul documento del Comune. Ne ha diverse copie disponibili e per lei è normale e fisiologico utilizzarle di nuovo per un altro quinquennio, visto che è venuta proprio bene.
Ma lui dissente e le dice che dopo dieci anni quella foto non somiglia minimamente a come è lei oggi. Anzi, appena l’impiegato del Comune la vede e vede lei, unisce le mani e ondeggiandole su e giù dice, ma signora a chi la vuole dare a bere? Quindi lui decide che si faranno le foto con la digitale che ha allietato le loro vacanze.
Ok, ora parete bianca.
Non c’è una parete libera. Piatti, quadri, quadretti, fucili, sciabole iraniane, balestre medievali, termostati, occupano ogni centimetro quadrato delle pareti della casa di questa allegra famigliola.
Nella stanza delle ragazze manco a parlarne. Posters (si chiamano così?) di Vil Valo, Curtcobein vecchio, giovane, che dà il latte al figlio, sott’acqua e in gruppo, fatto e sfatto, foche, marmocchi benetton e la foto formato armadio di un tizio insanguinato rivestono completamente le loro pareti.
I due coniugi sono costretti a togliere tre tempere di un pittore di strada che raffigurano Salisburgo (bellissime) e spostano la poltrona che nasconde dietro, batuffoli leggerissimi di ovatta impalpabile grigia.
Ferma. Prova con gli occhiali e senza, si raddrizza le spalle e scende un pochino la maglietta stupendamente attillata ma discreta che si è messa per l’occasione, così che si veda appena l’inizio delle morbide curve. Solo l’inizio. Due, tre scatti. Vediamo?
Una pietà.
Lui dice che lei è meglio con gli occhiali perché senza, ha come delle occhiaie o tipo occhi incavati e in effetti, guardando bene, anche con gli occhiali è venuta male.
Lei è ormai agli sgoccioli e vorrebbe crocifiggerlo coi chiodi dei quadretti del pittore di strada. Ah già i chiodi. Sono venuti pure i chiodi con la testina dorata sulla foto e lui dovrebbe lavorarci con fotostailer che non si ricorda manco come funziona.
E’ il turno di lui. Dà pochi, decisi e severi comandi sull’uso della digitale e poi, visto il risultato, decide che si va insieme dal fotografo e subito, prima che l’abbronzatura del week end vada via.
Ok, € 10 quattro foto l’uno. Lei è venuta passabile nonostante fosse seduta su di uno sgabello traballante di fronte alla cassa e malgrado l’ultima persona in coda per il ritiro delle kodak vacanziere, le facesse un filino d’ombra sulla guancia destra, è venuta accettabile. Lui era emozionato. Ha preso la carta d’identità vecchia con la sua foto di un quinquennio fa, l’ha messa accanto a quella nuova e ha detto:- Certo che cinque anni fa facevo schifo, ma porca miseria, che ci deve fare Scion Conneri?!- Poi ha fatto il giro delle stanze (due) delle ragazze (due) facendo vedere la differenza tra le due foto, strappando loro consensi ed applausi.
E’ tutto.
I rumori della notte

Stanotte sentivo dalla finestra socchiusa l'acqua che piano colava dalla grondaia e il suo rumore devo dire che mi piace. Sentivo l'odore di terra bagnata e il profumo del gelsomino, da poco pronto al riposo stagionale, solleticato dall'umidità.
Ho i doppi vetri, per cui i rumori mi arrivano ovattati e solo nella stagione estiva, oltre al pianto capriccioso di bambino, al rombo di motorini squinternati e all'abbaio isterico di qualche piccolo cane, riesco a bearmi di altri rumori della notte.
Uhhuuu...uhhuuuu, è il verso di un uccello invisibile, forse un allocco che però non ho mai visto. E' un verso lontano, come se temesse la vicinanza umana ma nello stesso tempo afferma la sua esistenza col suo richiamo che si perde fra gli alberi. Fiù...fiù...Ma che razza di uccello sarà? Un verso chiaro, deciso e molto vicino. Gli fa eco un altro. Firùffiffifiri..firùffiffifiri, magari sarà una femmina che lo invita sul ramo più alto del cipresso di fronte.
Non poto da tempo l'albero sale e pepe e le sue fronde leggere scivolano delicatamente sulle persiane della mia stanza. E' come il rumore di una carezza e a volte, illuminati dalla luna, i suoi rami giocano sulle pareti, e io mi incanto a guardare.
Sscciiccrr..pat...ppat... sscciiccrr...ssffrriiiiiitt...cciacc...cciaccc... E' il rumore che faceva la macchina del mio vicino quando gli hanno dato fuoco alle tre di notte.