
C'è un tepore nuovo nell'aria. Dolci profumi di fiori viaggiano sulle spire di un vento tiepido...
Solo nella mia mente.
Ma quanto è lungo l'inverno!
Rincorro la bella stagione incurante che ognuna che passa è una botta alle mie spalle come in un gioco di bambini e come in un gioco di bambini io aspetto che qualcuno mi tocchi per liberarmi dall'incantesimo. Ma non c'è liberazione e scioglimento di nodi magici nel tempo che passa.
Mi sento saggia un po' sì e un po' no. Sentimenti di cuore, prima sopiti dai capricci della mente e dal quotidiano da cui mi lasciavo appannare, ora emergono come teneri virgulti in un tempo che volge all'autunno. E' una stagione dalle foglie dorate, senza foglie morte, dove il giallo e il rosso si alternano sui rami della mia vita senza cadere. I rami della mia vita, frondosi e verdi. Tiro le somme? Sì, e aspetto impaziente la bella stagione.
Che io possa abbracciare tutto.
Che possano crescere i fiori accanto alle mie radici.
Che io possa rinfrescare me stessa e gli altri dal buon sole quotidiano.
Che io possa sedermi all'ombra del grande albero con lui.
Che io possa vedere fiumi e torrenti scorrere verso il mare.
Che possa, ancora una volta, in un volo di libellula, sfiorare con le mie ali le acque azzurre di tutti i laghi trasparenti per poi tornare ad essere albero, ramo e foglia che non cade.

Sala d'attesa
La sala d’attesa non era molto gremita.
Maria digitava alla tastiera le ricette, lamentandosi della difficoltà che aveva nella scrittura a mano.
–Da quando scrivo col pc non riesco più a scrivere veloce come prima. - diceva.
Era velocissima con la sua biro di plastica, codici fiscali, date di nascita, nomi e cognomi, tutto era nella sua testa e con nessuna fatica faceva piroettare la penna sulla carta intestata della dottoressa e sui moduli prestampati.
–No, lei ha l’esenzione. L’Aulin, non è prescrivibile. Pronto, mi dica, ma stia tranquilla, ora gliela passo. -
Insomma una vera mente e un grosso aiuto per la dottoressa medico della mutua.
Io, insieme agli altri, aspettavo il mio turno guardando le riproduzioni d’arte formato poster e pensando a cosa avrei dovuto preparare per cena quella sera.
La porta si aprì e apparve un ragazzo, o perlomeno così mi sembrò. Si sedette accanto a me.
Aveva una zazzera corta e bruna e i suoi pantaloni a righine mi apparirono troppo leggeri per il maestrale che soffiava in questo gelido mese di febbraio. Si rimirava le punte delle scarpe da tennis e sospirava, finchè sbottò.
-Maria, ma la mamma può prendere le pillole al posto delle punture?-
La segretaria alzò la testa, smise di digitare e la guardò.
-No, deve fare le punture.- disse con veemenza, ma io avvertii un velo di dolcezza infinita nel tono della sua voce.
-E poi, non doveva operarsi alla tiroide? - aggiunse.
Fu a questo punto che il ragazzo cominciò a parlare e quello che disse mi rotolò sull’anima, inciampò sul mio cuore e mi fece piangere dentro.
Capii che avevo davanti una ragazza poco più che adolescente, si intravedeva un abbozzo di seno nella giacca a vento, e le labbra, carnose e imbronciate, rivelavano ad un accorto osservatore il suo sesso celato.
-Non vuole operarsi, non può. Gli hanno trovato la bronchite. Fuma e fuma e io, prima di venire qua le ho nascosto le sigarette. Dice che non le interessa vivere e vuole morire. -
-Ma come... - esclamò una signora inorridita - Non le basta il pensiero dei figli per voler vivere? -
-Signora, come si sentirebbe lei, se sapesse che le devono togliere i figli? Sta a letto, dicono che la depressione non è contagiosa, ma io piango insieme a lei, non voglio andare in comunità, non la voglio lasciare, di madre ce n’è una sola - e fece una pausa come per dar forza a quest’ultima affermazione d’altri tempi che detta da lei, aveva come un suono di tragedia e d’immensa verità. -
Le signore in sala d’attesa si mossero sulle sedie e una disse-
-Ma perché tesoro, devi andare in comunità?- dando così voce alle nostre domande rimaste in gola.
Il giudice ha creduto a loro…E iniziò a sciorinare mezzi racconti incomprensibili di parentele fatte di fratellastri di sua madre, nipoti e cognate, cugini e zie. Insomma, diceva che tutti avevano inventato una brutta storia e il tribunale aveva deciso per la terza volta di allontanare lei e i suoi fratelli dalla famiglia.
-Devo lasciare mia madre e ora, chi ci bada? Mio padre, non se ne parla. Non posso lasciarla sola e io scappo, come ho fatto sempre, dalla comunità, ho sempre qualcuno che conosco fuori e che mi aiuta, mi avevano detto non preoccuparti starai sempre con tua madre e invece mi mandano in una casa famiglia, è da 10 giorni che non vado a scuola per badare a lei, i miei compagni mi telefonano e piangono perché devo cambiare città e scuola, ma se io me ne vado chi ci bada a mia madre? Io dovrei fare il terzo anno di superiori e invece sono al primo, mia madre mi dice dai mettiti qua accanto a me a studiare, devi studiare, volevo fare la psicologa, ma ormai…
-Come ormai?-
La mia voce esce strozzata dalla bocca secca, sento il suo odore di sapone scadente e vedo le sue unghia rosicchiate dalla fatica di esistere. E’ dignitosa nel suo dramma e mentre racconta scuote la testa come per dire, lo so io sola, quello che sto passando , voi non potete capire.
-Come ormai? Quanti anni hai? La tua vita non è finita. - insisto io.
-Ho sedici anni-
-Hai l’età di mia figlia-
-E che scuola fa sua figlia?-mi chiede con curiosità infantile.
-Lo psico-pedagogico. - faccio io.
-Ecco, è quello che volevo fare…invece sono all’istituto d’arte perché è vicino casa…
E d’improvviso s’indurisce per un’attimo, come se fino a quel momento avesse raccontato la storia di un’altra e non la sua e sospira, come solo le vecchie sanno fare.
Il mio cuore si attorciglia nei miei pensieri e si fa stringere da loro fino a farsi male, ma non ho male più di lei, questo lo so.
-Avanti!-
La voce della segretaria echeggia nel silenzio della sala d’aspetto, le signore scuotono la testa stringendo forte la borsetta sulle gambe, qualcuno tossisce.
Lei mette le mani nelle tasche del giubbotto e guarda davanti a sé aspettando il suo turno.
Fuori, il maestrale soffia ululando tra i vicoli del paese.