In quella spendida mattina di maggio
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In quella splendida mattina di maggio, dove anche le farfalle bianche sono confuse e non sanno su quale fiore poggiarsi prima, lei si perse.
Da tempo ormai non andava più lontano del primo cassonetto verde, messo da lei con cura a segno del limite oltre il quale non doveva spingersi. Un piccolo trucco che le serviva a non oltrepassare la soglia del non ritorno che sempre più spesso si accorciava. Lo cercò con lo sguardo pensando che fosse più avanti e così facendo si inoltrò dentro il quartiere residenziale.
Una volta, con grande fatica, aveva trascinato un tronco secco fino al bivio dove si apriva il lungo viale che dalla città portava a Valdesi. Stava lì da monito. Vietato oltrepassare. Era per lei un avviso, come un faro che segnala la secca ai naviganti e se ti avventuri, rischi di non tornare a casa.
I bei vialetti curati erano tutti uguali o perlomeno a lei sembrava che lo fossero. La bouganville rossa si intrecciava sui cancelli delle case come i rovi di un giardino segreto e le persiane si chiudevano al profumo intenso del gelsomino così forte da stordire. Poca la gente e frettolosa, che guadagnava con passo svelto il marciapiede opposto a quello dove lei camminava.
Spingeva una carrozzina di quelle con le ruote di gomma bianca; con sopra una vera montagna di scatoloni, un triciclo rotto, bottiglie di plastica e sacchetti gonfi di chissacché. Ogni tanto si fermava per prendere respiro e cercava di individuare tra i tetti delle case basse, il filo di fumo che usciva perennemente dalla sua cucina, come un segnale per orientarsi in quel labirinto che cominciava a farle paura.
La sua era una casa modesta, sorgeva un po’ distante dalle altre, linda, con una piccola cucina a legna, un tavolo con una cerata a fiori grossi, una sedia di paglia gialla e un letto in un angolo. Dormiva sempre con la schiena rivolta alla parete come per un senso di protezione, così in questo modo nessuno sarebbe venuto di notte a farle il solletico e poi, bastava che aprisse gli occhi per vedere nella parete di fronte la piccola stampa di Van Gogh per sentirsi rassicurata e sognava così, della Camera di Arles che tanto somigliava alla sua. La stanza con la sedia di paglia gialla, lo strofinaccio appeso al muro e una finestrella chiusa sul mondo.
Si sentiva la testa pesante. Forse era la forte fragranza delle pomelie che cadendo dagli alberi si posavano sul suo carico o forse era qualcos´altro che non riusciva ad individuare. Un profumo, un odore...Era come un frusciare sommesso, ritmico, come quando il vento si insinua piano tra le foglie e poi si ferma e rimane come un´eco nelle orecchie che non vuole andar via. Una leggera litania di cui non capiva le parole e che parole non erano. Si diresse in fondo al grande viale trascinando sulle bacche cadute la sua carrozzella. Ora l´eco era più forte. Si voltò ancora una volta cercando di vedere il familiare filo di fumo che l´avrebbe condotta verso casa, ma non vide nulla aldilà dei salici frondosi immobili.
Il terreno duro e compatto lasciò il posto ad una soffice terra chiara che le si insinuava tra le ciabatte e le dita dei piedi, mentre l´odore e il suono si facevano più distinti. Osservava con meraviglia le orme che lasciavano i suoi piedi e i solchi della carrozzella che si faceva sempre più pesante sulla sabbia bianca. Era stanca. Lasciò il suo carico e si fermò guardando dritto a sé.
C´era il mare.
Tranquillo, pacato, col suo leccare dolcemente la riva come da sempre. Una leggera foschia appannava il resto e neanche il sole di maggio riusciva a diradarla in quel silenzio innaturale, rotto soltanto dal tenue e sommesso rumore del mare.
Si tolse le ciabatte, si alzò appena la veste e si immerse piano fino a quando l´acqua non le arrivò al mento.
Era la dolce nenia, era la madre che deterge, era la coscienza della terra in cui tutto diviene, era un lenzuolo di seta che ti asciuga le lacrime, era il grande respiro dell´universo che ti accoglie senza dolore nel suo grembo che vuoto non è.
E il mare si schiuse e l´accolse.
Il profumo delle pomelie e dei gelsomini si fece più intenso, la bouganville rossa intrecciò le sue spine sui cancelli lungo il Grande Viale e calò il silenzio della notte.
Shaz è il mio gatto randagio. Femmina. Adulta. Vive fuori all’aperto e come un vero gatto randagio che si rispetti viene a miagolare dietro la mia porta quando esige la pappa o quando fuori imperversa il maltempo. Periodicamente entra in calore e, qui davanti, è tutto un susseguirsi di visite di bei gattoni che si acquattano davanti a lei, ma a debita distanza, attendendo che mostri un qualche interesse verso di loro strusciandosi e alzando la coda in maniera inequivocabile. Non devono avvicinarsi troppo, altrimenti lei soffia e inarca la schiena drizzando il pelo, è lei che decide chi e quando. Si esibisce in un balletto seducente sdraiandosi lunga sull’erba, si gira di qua e di là lentamente e fa dei miagolii piccoli e leggeri rotolandosi continuamente, conscia di avere una platea tutta al maschile che l’attende. Una volta in questo suo girare sulle scale è caduta da un gradino, ma subito si è ricomposta leccandosi e lisciandosi il bel pelo lucido. Quando arriva l’inverno , Shaz ha il permesso di entrare in casa. Corre nel suo angolino preferito e si accuccia facendo le fusa. Ma per poco. La sua natura randagia ha il sopravvento e dopo un po’ è già dietro la porta che miagola che vuole uscire. Io apro e, tra la pioggia e il maestrale, lei corre. La seguo con lo sguardo e vedo che con un balzo è gia davanti alla porta del vicino che miagola. Entra bella, forza c’è la pappa e il cuscino che ti aspettano. Shaz, si lecca una zampa, si stiracchia, si gira e pare guardare i suoi corteggiatori che s’azzuffano per chi deve essere il primo, ed entra. Chissà quale sarà il suo angolino preferito in quella casa… 

La Ferla e il mare


Ieri sono andata all’ospedale della mia città per un normale controllo di routine. E´ un ospedale di periferia, bei vialetti curati, intonaci freschi, guardie giurate un po’ sparse e un bel baretto, lindo e piccolino con tutto o quasi.
L´ospedale sorge proprio di fronte al mare. Praticamente attraversi la strada e subito c´è il mare. Non ho mai visto quel pezzo di costa cittadina. E dire che gli accessi ci sono, ma sempre si va veloci e di passaggio e mai uno si sognerebbe di fermarsi per andare a vedere un po’ com’è la costa della propria città, per giunta quasi adiacente al porto.
Ieri io l´ho fatto. Avevamo parcheggiato in uno spiazzo in terra battuta di fronte all’ospedale e in fondo si intravedeva il mare tra montagnole di risulta, ormai quasi verdi collinette e dei dossi che celavano appena la zona sottostante.
Spesso sogno che la mia casa ha stanze a me sconosciute. Apro le porte e mi si illuminano ambienti arredati e soprammobili che ignoro. Ma nel sogno sono felice di avere scoperto luoghi ignoti nella mia casa, subito mi diventano familiari e li faccio miei. Così ho avuto la stessa sensazione, ieri, guardando la costa della mia città di fronte l’ospedale.
Un lembo lungo chilometri. Dal fiume Oreto che si apre appena dietro la punta, fino ai cantieri navali con le magnifiche gru del porto. In fondo, Monte Pellegrino con la sua immagine appannata e densa dentro la foschia che raschia la gola.
Un lembo antico di terra sabbiosa, ebbra di copertoni e ferri arrugginiti, dove pezzi di barche rotte e ruderi salmastri fanno da cornice putrescente. Ma è la mia costa, della mia città. Lontano qualcuno pesca e mi meraviglio che qui la gente venga a pescare, tra scarichi e rigagnoli che non vedi. Non inchiostrano la trasparenza dell’acqua, né avverti il loro fetore, malgrado ciò, sai che ci sono.
Ma un cartello ammonisce la gente e avvisa che la balneazione è vietata. Zona portuale.
Mi viene da pensare a cent’anni fa, quando dame e damerini cercavano frescura nella limpidezza di queste acque, passeggiando a piedi nudi sulla sabbia chiara, mentre il fiume accanto, gonfio di orgoglio, si spandeva mescolando il suo dolce con il salato in quel mare pieno di vita. Che bello che doveva essere qui!
Ma mi piace ancora, mi piace ciò che provo nel vedere tutto questo anche se bellissimo non lo è più.
Mi piace dire vediamo cosa c’è lì dietro, mi piace vedere quei pescatori grigi che si confondono col piombo del pomeriggio autunnale e mi piace il rumore del mare sulla sabbia che in riva diventa sasso. La prossima volta voglio vedere quanto è trasparente l´acqua.
E´ la mia costa. Della mia città.

Il blog è un apostrofo che rende pubblico un diario segreto, per cui si passa dall'io che soffre all'io che s'offre. [Zu]

Il sole spunta sempre più tardi ma io spero che a gennaio magari alla fine, le giornate comincino ad allungarsi, ma lo dico ora che sono ancora a maniche corte e mi sembra lontanissimo. Ogni anno sempre la stessa storia, sia con l´ora legale che con le giornate che si allungano. Ma quando? Un´ora avanti o un´ora indietro, ma l´anno scorso com´era? E´ che cancello in una specie di reset mentale molte cose. Meglio di lui, che non si ricorda tantissime cose anche belle e poi sono io che gliele faccio ricordare e lui dice ma porca miseria questa cosa non me la ricordavo proprio e gli si illuminano gli occhi. Si intristisce quando invece non se la ricorda proprio e si sente come se gli mancasse un pezzo di vita e non può farci niente.
Verranno i ricevimenti con gli insegnanti e I. che già mi dice che quest´anno va bene ed io che le credo, salvo a buscarmi qualche altra delusione che mi fa sentire un´arancia acida per un sacco di tempo.
A febbraio andremo alle terme e raccoglieremo le arance e ci faremo un quintale di spremute e la marmellata buonissima come quella dell´anno scorso, solo che andare lì costa una cifra ma una volta l´anno si può fare, certo che mi piacerebbe andarci più spesso perché mi rilasso in quella piscina di acqua calda e poi dentro il camper al calduccio con lui.
Il tempo passa e già ho in mente il viaggio estivo.
Quest´anno è Ry che programma il tutto, non voglio fare la comandante come ogni anno che poi mi dicono sempre ok va bene e io ci rimango male perché è anche bello sentirsi dire senti sta cosa qui non mi piace vorrei farne un´altra. Ma loro raramente lo dicono per cui non so mai se una cosa gli piace veramente o accettano per educazione. Sono degli amici molto affettuosi e almeno una volta nella vita uno dovrebbe avere degli amici così.
A proposito di amici, a Natale o giù di lì verranno i romani. Io li adoro davvero e non so che darei per vivere vicino a loro. Ero convinta che superata una certa soglia sarebbe stato difficile fare amicizie nuove, ma mi sbagliavo, anche se io dico sempre a P. che non siamo veri amici perché sappiamo poco o quasi nulla l´uno dell´altro.
Ma amicizia è quando si sa tutto? Allora le mie sorelle sono mie amiche? Non credo che funzioni così. L´amicizia si deve coltivare come una bella piantina che deve essere robusta però, non sopporto quelli che si offendono per nulla o che dicono ma tu non mi chiami mai l´ultima volta ho chiamato io, la prossima volta devi chiamare tu. Persone così le radio automaticamente dall´albo delle mie conoscenze.
Una cosa che non sopporto della gente è quando dice che tristezza il Natale, uffa che palle vorrei che non venisse mai, lo dice anche quando non ha nessunissima ragione di dirlo. Uffa che casino che c´è, non vedo l´ora che finiscano queste cavolo di feste, che delirio i pranzi e le riunioni di famiglia. Per me non è così. Mi piace il Natale anche perché è vivissimo in me il ricordo che ne ho da bambina.
I ricordi belli dell´infanzia ci accompagnano sempre e ci danno ossigeno quando meno ce lo aspettiamo. Mi piace comprare i regalini piccolini e sciocchini per i miei che ogni volta ululano di gioia tranne lui che non azzecco mai il regalo anche se mi metto d´impegno veramente. I pranzi di natale sono un vero divertimento. Ci si riunisce a casa di qualcuno.
Già ai primi di novembre mio fratello R. comincia a triturare con che menu facciamo a Natale? Ognuno ne spara una, dalle lasagne che E. dice che non sono natalizie, alla pasta coi funghi e gamberetti che poi ogni volta diciamo ma la pasta per 25 persone poi diventa una colla, no pasta no. Ma senza pasta che Natale è? Allora si offre R. volontario per il ragù che in effetti solo lui lo sa fare.
Ma è da qualche tempo che R. non è più lo stesso e fa le porcherie che di solito fanno quelli avanti con l´età tipo pulirsi gli occhiali a tavola con un pezzo di mollica o starnutire tipo annaffiatoio condominiale, senza poi parlare del grattamento testa e disincagliamento mutande dagli ammennicoli.. Per cui io non lo farei cucinare più d´ufficio.
Il giorno di Natale a tavola tutti cantiamo con le voci stonatissime buon natali, sì proprio natali con la i, non so perché, ma è una cosa che facciamo da anni e poi iniziamo con le portate che ognuno di noi ha appunto portato. M. ormai non cucina più se non surgelati per cui a lei è affidato il compito di portare la tombola e il paroliere che poi nessuno ci gioca.
A fine pasto c´è l´apertura dei regalini che è un vero divertimento e una gara a chi compra la cosa più scema spendendo niente. Poi si vegeta sul divano, sulle poltrone, sulle sedie, davanti alla Tv, dicendo ma che palle fanno sempre le stesse cose, uffa che facciamo , facciamo il caffè. Poi si fa sera e si va via dopo esserci baciati un sacco di volte.
Alla sera, a letto mi viene da ridere pensando a R. che insegue E. gridandole baciami i piedi che invero non sono quelli di un infante appena uscito dal bagnetto.
Sotto il soffice piumone sento il solito aereo delle 23 lontanissimo e cerco la mano di L. e la sua schiena, lo tocco appena per dirgli sono qui, voglio sentire il tuo respiro anche stanotte e lo bacio con un bacio leggerissimo e chiudo gli occhi appoggiandogli una mano sul fianco.
Faccio fatica a cacciarla via, ma da qualche tempo aleggia nella mia mente la consapevolezza dell’inverno come ultima stagione. Passo dopo passo mi avvicino e mi chiedo se già c’è un turno e chi sarà l’ultimo della coda. Voglio spingere e farmi spazio lasciando tutti indietro fregandoli sul tempo.
Poi staranno lì a chiedersi, ma hanno chiamato anche il mio nome? sono già stanco e voglio andar via. Ma in fondo alla fila qualcuno dice che bisogna aspettare il turno e non bisogna spingere. E allora c’è chi torna a casa solo o a braccetto di qualcuno.
Tornano a letto e aspettano che faccia luce per andare a vedere se è arrivato il loro turno e l’indomani metteranno presto il latte sul fuoco.
Io voglio fregarli tutti. Spingo e m’infilo, anche se non mi va di vedere cosa c’è aldilà di tutta questa gente, anche se amo l’estate, anche se nella mia vita non ho voluto mai essere la prima, anche se a gennaio i mandorli saranno già in fiore. Voglio coglierli di sorpresa tutti.
Non passa istante che non sei
il mio primo pensiero
Io faccio come fossi qui
ancora con me
Se io mi volto tu ci sei
io riesco a parlarti
E so che mi senti anche da lì
E che mi vuoi ancora.
Mi vuoi ancora
[Stadio]
MARE DI NOVEMBRE
L´acqua mi sembrò fredda al primo impatto.
Gli altri spruzzavano e saltavano felici mentre io immortalavo quel bagno autunnale da sfida. Posai la digitale sulla poltroncina e levandomi i vestiti mentre correvo, mi gettai in acqua.
Il sole per un istante sparì dietro una leggera coltre, macchiando di grigio quell´azzurro intenso che mi avvolgeva come un manto freddo. Qualcuno ci guardò e si fermò ad aggiustare le giacchette di cotone chiudendosi la cerniera. Una madre premurosa prese per mano il proprio bambino troppo vicino al bagnasciuga e lo tirò al riparo dall´umido. L´acqua era immobile come un lago d´estate e il vento quasi assente addormentava le bandiere del circolo nautico al di là del molo. Nuotai per raggiungere un punto lontano dalle alghe scure, dove il mare trasparente mostrava il suo fondo. Andai giù mollemente e leggera e risalii ebbra di gioia.
Mi piace avere davanti la linea dell´orizzonte e basta. Uno spazio infinito che poi infinito non è, che sa compattarmi dentro ricordi di bambina e accadimenti in una carezzevole trama. Era impensabile allora, che si facesse il bagno in questa stagione e ancora ho il ricordo della voce di mia madre che mi chiama dalla riva ed io che le volgo le spalle per sentirmi sola con il mare di settembre piatto come non mai, naufraga felice. Ma lei mi chiama con voce ferma, ha in mano un grande asciugamano a righe colorate e lo sventola. Non senti freddo? Ma guarda qui che labbra viola che hai? E mi avvolge strofinandomi con le sue belle mani. E io, in quell´abbraccio, mi scioglievo.
Uscimmo dall´acqua e conquistammo velocemente il tepore confortevole dell´asciugamano sdraiandoci sulla sabbia tiepida e asciutta. Il mare era nostro, degli impavidi eroi che in una giornata autunnale ma non troppo avevano sfidato il cielo nervoso e un sole avaro e slavato.
Ma già dietro le montagne si addensava una fitta maglia grigia che nulla prometteva di buono.
Ci vestimmo a malincuore e dirigemmo i nostri camper verso la scogliera.
La pioggia grossa e fitta creava dei torrentelli che scaricavano la loro acqua terrosa e rossa nel mare che era rosso sfregiato e calmo in quell´inferno di pioggia, solo la sua superficie si increspava appena come un piccolo brivido di pelle.
Ci chiudemmo tutti e quattro dentro un camper, si cucinò salsiccia al limone e pancetta di maiale, rucola, pomodoro e lattuga, si bevve del vinello francese dell´ultimo viaggio e si parlò del prossimo, ridemmo e guardammo il fortunale che si allontanava.
Sul tavolo qualcuno mise una guida della Norvegia, un altro prese una cartina, un altro ancora preparò il caffè.
E´ così che passeremo l´inverno. Progettando il viaggio estivo e ricordando le nostre bravate autunnali. Vedremo tante volte le foto e i video fatti il 6 novembre sulla splendida spiaggia di San Vito, dove guardavo l´orizzonte infinito che poi infinito non è.
Io, naufraga felice che non vuol tornare a riva, perché ancora è presto.
