
Dormono tutti.
Dormono tutti.
Scivolo piano da sotto il piumone e mi avvolgo nel caldo abbraccio della giacca a vento sua. E’ la prima cosa che mi viene a portata di mano e scendo chiudendo piano la porta del camper.
E’ luglio inoltrato e qui alle Lofoten, alle 6 del mattino, l’aria è frizzantissima.
Abbiamo dormito in uno slargo a fianco della statale deserta. A destra, il mar del nord che ci ha fatto compagnia nel chiarore notturno spumeggiando sugli scogli piatti, ora è piatto.
A sinistra una baia dove sono ormeggiati alcuni pescherecci si chiude al mare grosso d’inverno. In fondo, un ponte.
E’ lì che voglio andare.
M’incammino adagio con la voglia di un buon caffè che appanna i miei pensieri, ma qui non c’è anima viva e non c’è un bar. Le poche case hanno le finestre chiuse e i giochi dei bambini sono abbandonati sull’erba verdissima.
Una parete a strapiombo termina con una piccola piattaforma naturale dove i giovani gabbiani atterrano dopo i primi tentativi di volo, tra le strida degli adulti che sembrano incitarli a spiccare il salto. Molti si tengono abbarbicati alla parete e quando mi avvicino, gridano più che mai, stanno lì fermi a guardare il vuoto e dondolandosi sulle zampe malferme non hanno il coraggio di lanciarsi.
Il ponte è lungo, unisce due isolotti e da sopra si vede l’interno della baia. Il mare è tranquillo, da qui posso vedere perfino il fondo e decine di meduse bianche che galleggiano come pezzi di carta in superficie. Alcuni gabbiani ora volano sotto il ponte e raggiungono i tetti neri delle case, inseguendosi a coppie. Una casa ha una lunga asta con la bandiera norvegese e la scogliera davanti, senza staccionata, qui sono tutte così.
Attorno, i picchi scuri sono stupendi e la neve ancora si attarda sugli incavi a nord.
Appoggio la mia guancia sulla ringhiera del ponte. Posso sentire l’acre odore di ruggine e il profumo di salmastro portato dal vento della notte che turbina ancora dentro di me. Vorrei restare avvinghiata, come l’edera sulle vecchie case. Io e il mare. Io e i gabbiani. Io e il giorno che non vuol finire mai.
Scopro il sole, e i giovani gabbiani che già hanno spiccato il primo volo, ora lasciano il posto agli altri.
L'ALTRA TV
L'altra sera Antonio e Wanda hanno visto un bellissimo film. E' finito tardi e l'indomani doveavo alzarsi molto presto, ma hanno voluto ugualmente vederlo tutto. Non tanto per vedere come andava a finire, ma solo per gustare la musica, l'intensità della recitazione di Javier Bardem e la trama tabù di Alejandro Amenabar.
Antonio ha dormito per i primi dieci minuti ma Wanda lo ha svegliato dicendogli che stavano facendo un film molto bello davvero. Lo hanno guardato insieme nel totale silenzio della casa. Più tardi, seduti ancora davanti allo schermo nero, hanno parlato delle loro emozioni e hanno continuato anche a letto abbracciandosi. L'indomani Antonio e Wanda hanno raccontato il film alla figlia più grande e per altri tre giorni di punto in bianco parlavano della trama e ricordavano i dialoghi intensi.
La prossima volta, Antonio e Wanda e la figlia più grande guarderanno tutti insieme un film come questo e parleranno di argomenti delicati e dei loro sentimenti. Come la storia di Ramon Sampedro.
!!!!!!!!!!LAVORETTI DI NATALE
Rosy ed io quest’anno faremo i segnaposto con i fiori pressati. L’anno scorso ci siamo dedicate alle tavolette con immagini vittoriane fatte a decoupage e orlate di merlettino toutjour ecrù. Poi con un cordoncino in tinta le abbiamo appese all’albero di Natale tra le decine di lucine colorate. Davvero un bell’effetto. Poi coi nastrini abbiamo fatto tanti fiocchettini rossi e con un pennellino abbiamo dipinto d’oro le pignette che avevamo raccolto durante le nostre gite nei boschi. Sopra l’albero, a fare da puntale, un bell’angioletto dorato con le alucce celesti e il faccino rubicondo. Per rivestire il vaso di plastica mi son fatta aiutare da Pina la mia vicina, che in fatto di addobbi se ne intende moltissimo. Figuratevi che l’altro giorno è riuscita a fare entrare nel suo salottino un abete che una forte raffica di maestrale aveva sradicato dal giardino di fronte. Pina che è zitella e che ha dovuto crescere i suoi fratelli a forza di braccia è una donna robusta e forte ed è riuscita a caricarselo sulle spalle. Ora fa bella mostra di sé nel suo salottino. E’ davvero bello, anche se ha la punta un po’ piegata vista l’altezza. Uno di questi giorni l’aiuterò a togliere un groviglio di nidi dal ramo più alto. Speriamo che l’alberello tenga fino al prossimo Natale, anche perché Rosy ed io ci teniamo tantissimo a darle una manina per l’addobbo. Pina dice che ama il rosso, quindi faremo incetta di nastrini di raso e di passamanerie di quel colore. Verrà un bell’albero davvero. Pina è bravissima a fare le palle coi tovagliolini rossi. Li mette tra le mani, li stropiccia, ci sputa dentro, gli da la forma e poi ci passa il vinavil diluito uno a cinque. Non so perché ci sputi dentro, ma lo facciamo anche noi. Stropicci, sputi, appallottoli, vinavil e metti ad asciugare, non è difficile. Poi si applica un laccettino dorato, ed ecco che le palle di Natale sono pronte con pochissima spesa. Rosy ed io invece spendiamo un po’ troppo per vernicette, colori e merlettino, dobbiamo darci una regolata. Rosy ed io quest’anno faremo i segnaposto con i fiori pressati. Ho già una bella raccoltina di fiorellini e foglioline pressate dentro enciclopedie e vocabolari. Vogliamo fare dei quadretti di tre dita (anulare, medio, indice) da mettere poi vicino ai bicchieri sulla tavola di Natale, così poi gli invitati avranno un bel ricordino da portare a casa. A me e a Rosy il Natale piace. Facciamo una sacco di cosine per la nostra casetta e ci impegniamo tutte le domeniche invernali così, mentre i nostri mariti dormono davanti al televisore. Intanto che lavoriamo parliamo di malattie, ricette e figli. Verso le cinque e mezza di solito chiamo Pina che arriva col suo cestino pieno di fiocchetti, rasi, nastrini, arance essiccate, cannella e merlettini presi anche da vecchie mutande di sua nonna. Allora ecco che ci vuole la prolunga per il tavolo così lavoriamo meglio. Una volta abbiamo rivestito una vecchia scatolina con della carta piena di ochette, è venuta un incanto e sta benissimo sul mobile con un centrino sotto. Ora però vorrei un consiglio, ma secondo voi , se metto a bollire nel the un merlettino bianco ne ottengo uno ecrù antichizzato? Neanche Pina ha saputo darmi una risposta. Grazie a chi vorrà illuminarmi e a chi vorrà darmi altre idee per i lavoretti natalizi miei e di Rosy.
Coppa America, yes!
Ieri sono stata a Trapani, bruttina cittadina, invero, siciliana, un po’ paese e un po’ depressa. Spunti carini e pochi, sì. Viuzze su cui si affacciano facciate di antichi palazzi nobiliari e il famoso Calvino che sforna pizze per il popolo dei buongustai. Non ho trovato altro di meritevole attenzione, non me ne vogliano i trapanasi, se non il porto rimesso a nuovo.
Qui ci si chiederà e allora cosa ci sarà mai andata a fare la nostra amica in quel di Trapani? Ma certo! La coppa America…In verità non so neanche se trattasi di questa, ma trascinata da amici con molta curiosità sull’argomento Barche (esatto proprio con la maiuscola) ho deciso di andare a vedere.
Premetto, ahahahahaha, che premessa inutile! Premetto, scusate l’interruzione, che non capisco un acci di Barche e vele e non so la differenza tra regata, vela, trealberi e velisti, quindi se nel mio triste racconto userò termini non proprio appropriati non me ne vogliano coloro che invece sanno.
Arrivo a Trapani di sabato pomeriggio. Parcheggio in un mega parcheggio servito da navetta (tanto per restare in tema) e avvìo verso la Grande Corrente Umana.
Provo una leggera curiosità, non so assolutamente cosa ci sia lì e un fiume di gente percorre la strada nei due sensi e io mi chiedo dove andrà tutta questa umanità. Ci sono intere famigliole locali a passeggio, si riconoscono subito da una certa aria di superiorità, quasi come se volessero dire che loro abitano qui, in questo luogo eletto che è stato scelto per una manifestazione a carattere internazionale. Sono eleganti e dalle loro giacchette allacciate per le maniche in vita si intuisce che sono previdenti, sai appena si va all’ombra c’è un venticello frescoso che ti ammazza, ma quando cammini al sole, anche se è quello del tramonto, devi spogliarti e pazienza se poi il giacchino si rovina se lo attorciglio per le maniche in vita ma non ce la faccio proprio più. Non se la passano meglio i piedi dei poveretti, che affogati nel loro sudore cercano di liberarsi dalle scarpe a punta quando il proprietario si ferma davanti ai cinesi che vendono binocoli per chiedergli quanto costa.
Anch’io avrei voluto sapere per curiosità quanto costavano i binocoli ma se glielo chiedi non te li scolli più da dosso. Come quella cinesina che diceva ad un tizio che si lamentava che con questi binocoli non vedeva un tubo, ma non signole questi buoni binocoli, signole dove vai, questi buoni binocoli, e così per circa cinquecento metri, finché i due non sono stati divisi dalla marea di folla che si accalcava sulla banchina. Lei con il binocolo in mano e il braccio teso, lui che correva e si guardava dietro come un borsaiolo. Avrei voluto sfidare chiunque a vedere qualcosa in quella ressa di carne umana e non, anche col telescopio di monte Palomar.
Davanti alla banchina la folla con le mani tese. Cosa fanno? Qualcuno da dietro le transenne distribuisce depliants corposi e cartoline e la gente afferra, anche se non sa cosa siano, afferra e resta lì, in attesa forse che distribuiscano portachiavi d’oro firmati. Io voglio pure quel pezzo di carta, lo voglio è gratis, mi piacciono le figure che sbircio da quello accanto che sta piantato nella sua postazione come se lo avessero cementato.
D’un tratto la folla si fa urlante e mi spinge e mi comprime. Sento aliti caldi dietro la mia nuca e stringo forte la borsetta mettendola davanti a me. CD! CD! Danno CD! Le mani si agitano e si allungano. A me, a me, a me! Nessuno sa se ci siano veramente questi CD e cosa contengano ma l’eccitazione arriva al culmine quando in lontananza si vede l’albero di una Barca da Regata. La gente scatta foto, urlano i nomi, qualcuno dice anche parolacce. Mascalzone latino!!! +39!!!
Oddìo, ma come si possono dare dei nomi così ad una barca. Se prendevano il calendario avrebbero fatto più figura…Si intravede solo la punta di un albero, un centimetro di fiancata, una figura minuscola che sarà un essere umano e null’altro, compressa come sono dalla gente e dai depliants degli altri. Alzo in aria la mia digitale e scatto, scatto tante volte al passaggio degli eroi italiani. Qualcuno mette sotto l’ascella il coppo con le castagne e applaude, un applauso timido ma da veri intenditori, di chi sa cosa vuol dire randare, cazzare, sgomenare, frullare, trollare, pappa e ciccia.
Un piccolo brivido mi frulla giù per la schiena e sono cosciente che neanche una foto degna di essere chiamata tale verrà. Solo uno schieramento di spalle e teste, mani e braccia e forse un bambino che stava sulle spalle del padre.
Le Barche ormai sono rientrate tutte e non ne ho vista per intero manco una, così, tanto per saperne parlare. La gente si dirada. Gli indaffarati in calzoncini corti marfi e nai e zigomi abbronzati fuggono tutti presi dai loro telefonini e col pass portato al collo come una medaglia olimpica si eclissano.
S’ode tra le vie e gli stand uno spiattellare di stoviglie e calici di vetro. Louis Vuitton posa le sue borse lontano dai gabinetti chimici e Briatore getta molliche dalla sua Barca ai curiosi e ai pesci.
Noi supplichiamo i vigili di un check-point di lasciarci passare con la macchina anche se non siamo residenti, sa dobbiamo andare a prendere le pizze da Calvino e portarcele a casa a Palermo e la macchina è al mega posteggio a 3 chilometri. Ma i vigili non fanno passare chi non è residente. Fermano tutti. Anzi un trapanese fermato per l’ennesima volta, si sa Trapani è piccola e gira e rigira passi sempre dallo stesso posto, urla verso la pattuglia ma mi fermate ogni pizzuddo? (momento) ma dico io non li conoscete i residenti? Il più alto in grado e quindi il più paziente gli risponde signormio virissi ca (veda che) siti undicimila i residenti!
Mesti e senza pizza torniamo alla macchina e imbocchiamo l’autostrada verso casa. Alle nostre spalle, Trapani più internazionale che mai. Un ottimo campo di gara. Dicono.