giovedì, 28 aprile 2005

PUNKABBESTIA

 

Al centro di ogni città vivono e bivaccano i punkabbestia.

Veri e propri bivacchi, e qui lo dico solo per dovere di descrizione e non per critica sociale, sono allestiti nei luoghi piu’ disparati. Strani e inusuali per noi, ma sicuramente scelti non a caso per loro.

Il punkabbestia deve il suo nome innanzitutto al suo look, che ha poco a che fare con i punk londinesi anni 70, e alla sua aria vagamente randagia amplificata dalla compagnia perenne di un cane. Cane di taglia grossa, quasi sempre dormiente, obbligatoriamente meticcio.

Il nuovo Zanichelli dà questa definizione dei punkabbestia: "un gruppo di giovani che vivono in compagnia di cani e senza dimora stabile, vestono in modo disordinato e tendono ad avere piercing e tatuaggi. Vestono in modo disordinato. Come? Con la camicia fuori dei pantaloni? La cravatta slacciata? Oppure con i calzini spaiati? Niente di tutto ciò. Disordinato qui, è tutto quello che non rientra nella categoria vetrinistica dell’uomo con la ventiquattrore. Anfibi da una tonnellata e mezza, pantaloni neri, maglie scure. Tutto rigorosamente incolore reso ancora più stinto dalla polvere dei marciapiedi di mezzo mondo. Non so perché, una leggera incurvatura delle spalle e un’espressione ingrugnita, conferiscono ai punkabbestia un’aria litigiosa che spesso, in verità, non possiedono, con il risultato di avere in comune dei luoghi comuni che vorrebbero tanto scrollarsi di dosso senza successo.

Ignoro da dove nasca questa scelta di vita, ma credo che il disagio di portare sulle spalle, vedi la postura, tutto il peso delle tragedie del mondo oltre la propria, influisca un poco. Ma a volte sono gioiosi, non nel viso, ma con le loro bestie che dormono sempre accovacciate accanto a loro in un indiscutibile abbandono fiducioso. Il punkabbestia si scopre tenero amante del suo cane e vigile controllore della sua cucciolata, ma non sorride ai bambini che si avvicinano per accarezzare i nuovi nati. Tutte le madri, comunque, stroncano sul nascere ogni tentativo di incontro ravvicinato dei loro bambini a cani, cuccioli e padroni. Il sorriso è un cedimento e un collasso dell’anima. La carezza è un gesto quasi meccanico che può essere scambiato per una veloce pulizia del mantello del cane. Il punkabbestia non indugia, non oltrepassa i limiti oltre i quali provocherebbe un intervento armato del suo cervello. Veloce passa la mano in un aborto di carezza sperando in cuor suo che non venga visto dagli amici. Capita anche di vederne qualcuno al semaforo che si improvvisa giocoliere per raccogliere qualche moneta mentre la loro bestia scodinzola affettuosa tra gli extracomunitari.

Ho visto tre ragazzi e una ragazza dormire sotto i portici di un grande palazzo di una via del centro, in pieno giorno. Una coperta per ciascuno, anch’essa scura, e una rete a copertura di un ponteggio offrivano riparo e protezione dal freddo e dagli sguardi indiscreti. I cani acciambellati ai piedi e un paio di scarpe con i calzini dentro, una accanto all’altra, come fai nella tua stanza quando vuoi essere ordinato, si mostravano agli occhi di chi voleva sbirciare in attesa al semaforo. I punkabbestia, distesi nella mollezza del sonno, sfrontati nelle loro posture senza controllo, detersi dalle angosce della veglia, stavano addossati ad un negozio di mobili. Solo un vetro separava una gradevole scenografia di casa con tutte le sue stanze, camera da letto, cucina, stanza dei bambini, soggiorno e bagno. Sfavillìo di acciai abbinati alla dolcezza del ciliegio, sommier e trapunte di alpaca candide, librerie, poltrone in pelle. Il tutto illuminato con luce soffusa sapientemente, induceva al torpore. Mi veniva di pensare che quei ragazzi, socchiudendo gli occhi nel dormiveglia, immaginassero che quella fosse la loro casa, che in cucina ci fosse la madre che sfaccendava e che la libreria fosse stracolma di carta stampata e dischi, che in quella stanza di bambino colorata forse c’erano passati e che quei mobili contenessero tante e tante cose, belle e brutte, utili e inutili. Un po’ come appoggiarsi al muro dei ricordi, una visione del muro di un pianto che non vuole uscire.
Vorrei chiedere ai punkabbestia perché hanno scelto questa vita. Perché hanno sempre la compagnia di un cane. Se soffrono mai la fame. Se madri, padri, sorelle, fratelli sanno che mendicano, anche se nella sfrontatezza di chi mendica c’è sempre un battito di ciglia che ti ricorda quello di un bambino, solo che i mendicanti non li guardi mai negli occhi e non te ne accorgi. Voglio sapere se fa male farsi un tatuaggio e se fa male non incontrare lo sguardo della gente. Voglio sapere dove si lavano, se pregano, se credono.
Voglio farlo. Vorrei farlo. Ma già ho il passo veloce e giro la testa da un’altra parte.

 

 

 

postato da: lofoten alle ore 14:13 | link | commenti (32)
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martedì, 26 aprile 2005

Le ho pescate dal fondo del mio cassetto, non per questo poco importanti per me. Gli sforzi di un amico russo che sta imparando l’italiano attraverso piccoli spaccati di vita quotidiana.
 
LETTERE DA SAN PIETROBURGO
Gennaio 1995
Cari amici, tanto grazie per la vostra lettera.
Anche se l’ho letto quasi un mese dopo l’arrivo della lettera. Perché, quando essa è arrivata, stavo in una missione, molto lontano dalla casa mia. Ma prima, o poi, si finisce tutto e dopo le due mesi di assenza, sono tornato a casa. Dire la verità, per due mesi stavo non molto lontano da voi ad Israele, e potevo di nuovo fare il bagno nel Mediterraneo, e guardare la TV italiana (al albergo, c’era la TV via cavo con un canale tedesco, un francese, un russo (OPT) ed un italiano (canale 5) (e tanti altri)).
Il tempo era perfetto, comè l’estate caldo alla Russia. Mi sono abbronzato un po’.
E quando sono tornato, non subito, ma tra un paio di giorni, mi anno detto, che è arrivata una lettera per me dal Italia, e dopo uno sforzo hanno anche trovato quella lettera.
Grazie per quella cartolina bellissima, e per quello, che non avete dimenticato di me.
Veramente, ora nella Russia ci sono tante diverse cartoline “cantante”, ma sono diversi (di vista e di melodia). La vostra mi è piaciuta tanto.
Per capodanno la più grande figlia, Mascia, ha ricevuto dal nostro Babbo Natale (nella Russia è Nonno Gelo) una macchina fotografica, e per un giorno faceva la storia della scappatella di Polli correndo dopo il cane e facendo delle foto con il “flash”.
Il tempo è buono. Non è troppo freddo, però è sotto lo zero, perciò non c’è il fango ( si è pietrificato). Purtroppo, non c’è la neve – per alcuni giorni faceva troppo caldo (sopra lo zero) ed essa o si è sciolta o si è aghiacciata.
Ancora un po’ di neve e sarebbe un inverno da favola, con lo sci, con gli slittini e così via.
Per un paio di settimane non avevo il tempo di finire questa lettera.
Il tempo è cambiato, c’erano tante nevicate e ora tutta la città è sotto la neve (e per questo sembra di essere tanto più pulita di quanto lo è veramente. Gli alberi sotto la neve subito dopo la nevicata è una cosa bellissima, ma se lo vuoi fotografare devi proprio scattare, perché dopo un soffio di vento tutto torna come era prima. Nei boschi non c’è il vento, ma tanta quantità della neve sui rami, non è bello lo stesso.
In inverno la notte nel S- Pietroburgo dura quasi 24 ore, (non siamo al polo nord, ma giorno 22 dicembre l’alba è a 10°° ed il tramonte a 15°°. Ma subito dopo il giorno allunga ogni giorno. A maggio il giorno è lunghissimo, il buio inizia  al 23. E il giorno 22 giugno la scurita dura per mezz’oretta al’una di notte. Quello aspetto tanto. Sono stufato di giorno lungo 2-3 ore. Ma se il tempo è buono, con il sole anche questi due ora sono le ore di gioia.
La città con il sole è bellissima. La neve brilla, il sole è molto basso, le ombre sono lunghe.
E’ necessario vederlo, non si può spiegare. Anche se durante l’inverno i giorni sereni sono rarissimi, non più di una settimana.
Tanti felicitazioni ed auguri per tutte le feste.
Con tutto il mio cuore
Igor
postato da: lofoten alle ore 18:24 | link | commenti (7)
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martedì, 19 aprile 2005

PREKESTOLEN
 
Arrivammo nei pressi del Prekestolen alle 10 di mattina in una calda giornata di luglio.
Nella terra dei vichinghi e dei fiordi il Prekestolen o “pulpito” è una delle attrattive naturali più famose e più frequentate dagli amanti del trekking medio-leggero. E’ una fenomenale spianata di roccia che si eleva dal Lysefjorden per circa 600 metri di altezza. Sembra un pezzo di pane di segala tagliato di netto con un coltello. La sua parete a strapiombo sul mare, offre rifugio a centinaia di gabbiani e si tuffa a picco nel celeste del fiordo.
Un modesto sentiero apre l’ingresso alla scalata verso la meta e incoraggia chi teme di trovarsi dinnanzi a salite e percorsi aspri. I tempi dicono 2 ore circa per salire. Ce la faremo. Io avanti, gli altri dietro.
 Il primo tratto è come una via di paese. Signore con borsetta, bambini biondissimi con sandali bianchi che ridono e si rincorrono sulle pietre sicure che costeggiano il sentiero, fidanzati che si tengono per mano e padri con neonati sulle spalle. Il cicaleccio delle chiacchiere e delle risa copre quasi il fruscio dei miei passi leggeri sulla ghiaia.
 La mia mente rallenta mentre salgo, i miei pensieri ordinati dormono nello schedario e mentre un soffuso odore di erbe e lamponi mi inebria la spirito, il panorama comincia ad aprirsi. Come una ragazza timida, schiude le sue fronde, apre i suoi rami giovani e si mostra.
 Sento il battito del mio cuore sulle tempie, il respiro è forte. Gli ultimi 500 metri sono stati un po’ faticosi. La ghiaia ha lasciato il posto a pietre piatte e scivolose e la donna con borsetta, padre con neonato e fidanzati innamorati, hanno ceduto il testimone a vichinghi con scarponi, fanciulle con polpacci da palestra e trolls muscolosi con zaini rigonfi di tutto.
 In fondo si intravedono due laghetti; delle piccole conche forse formatesi con le piogge. I ragazzi, lasciate le loro armature da scalatori sulle pietre grigie, si bagnano e ridono. Qualcuno è nudo, ma poco importa qui. Respiro, di un respiro profondo e pieno e guardo gli altri ora davanti a me. L’ultimo ogni tanto si gira per vedere se ci sono e dove sono. Il sole picchia e mi fa sudare e il percorso è diventato impegnativo. Ci sono dei grossi massi da scalare, un segno rosso su quello giusto indica che lì il continuo passaggio ha creato come una specie di solco su cui mettere il proprio piede con sicurezza. Le fronde si chiudono e i rami spinosi formano una galleria sopra la mia testa da cui è impossibile vedere il sole. Muovo i miei passi sul viscido, devo aggrapparmi alle radici umide tra la roccia, e il silenzio rotto solo dallo schiocco delle scarpe che si appiccicano al fango, è totale. Nessuno parla e come in un’intima comunione con la natura, passo dopo passo si sale. Ho i muscoli delle gambe rigidi. Il corpo prende sopravvento sulla testa che mi urla di fermarmi e va avanti. Come un sacco va verso la purificazione per divenire spirito e null’altro.
 
Allora, io ero là, sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c'era l'intero cerchio del mondo. E mentre ero là, vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi; perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre ed in un unico padre.
E io vidi che era sacro...
E il centro del mondo è dovunque.
 
Il tramonto
Alce Nero (Heaka Sapa)
(1863-1950)
Sioux Orlala
 
Sono qui.
La roccia tiepida ha un leggero battito di cuore sulla mia guancia, vive. Sento la sua linfa vitale che scorre tra i pochi ciuffi d’erica che mi sussurrano parole d’amore. Le mie mani aperte sfiorano i muschi di velluto e il loro profumo mi ordina di smettere di essere padrona di me stessa. Annego nel calore della terra e riemergo come un naufrago felice con il sole che mi tocca. Una formica si affanna sopra una mollica e se la porta via tra le zampe. Il verso dei gabbiani mi fa alzare la testa verso il cielo e li vedo inseguirsi tra la foschia lontano.
 
“Un uomo Sacro ama il silenzio, ci si avvolge come in una coperta: un silenzio che parla, con una voce forte come il tuono, che gli insegna tante cose. Uno sciamano desidera essere in un luogo dove si senta solo il ronzio degli insetti. Se ne sta seduto, con il viso rivolto a ovest, e chiede aiuto. Parla con le piante, ed esse rispondono. Ascolta con attenzione le voci degli animali. Diventa uno di loro. Da ogni creatura affluisce qualcosa dentro di lui. Anche lui emana qualcosa: come e che cosa io non lo so, ma è così. Io l'ho vissuto. Uno sciamano deve appartenere alla terra: deve leggere la natura come un uomo bianco sa leggere un libro.”
 
Cervo Zoppo
Sioux
 
 Il Lysefjorden è seicento metri più sotto. E’ fermo come solo un fiordo sa esserlo nella sua pittorica placidità e da qui tutto sembra sospeso, dormiente, come in attesa. Mi sento gioiosamente sola, c’è tanta gente che fotografa, che ride, che tiene i bimbi per mano e che mangia e i più temerari si affacciano al precipizio strisciando a pancia sotto come dei guerriglieri in allenamento.
 Lo sguardo si perde ed io lo afferro strizzando gli occhi per acciuffare ancora una volta il celeste dell’acqua immobile. A destra infinite montagne corrono l’una dietro l’altra e la più lontana si spalma sullo sfondo. A sinistra le vette morbide hanno ancora in cima, leccate di neve appena munta.
Dentro di me, la calma piatta.
 
postato da: lofoten alle ore 16:52 | link | commenti (9)
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venerdì, 15 aprile 2005

 

IL GIORNO IN CUI RUBAI LE ARANCE
 
Nonostante il titolo un po’ da confessionale del mio post, quelle arance non le ho mai rubate ma le colsi con gioia uguale a quella di un ragazzino che scavalca il muro dello stadio per vedersi gratis la partita. Son tempi duri per i facinorosi, anche per quelli che scavalcano là dove è tecnicamente possibile; ma ora che ci penso, lo scavalcamento da muro dello stadio non rientra tra l’elenco dei reati punibili nel disegno di legge "Nuove disposizioni per contrastare i fenomeni di violenza in occasione di manifestazioni sportive". A meno che l’audace ragazzino di cui sopra, non si esibisca in un lancio di corpi contundenti (pena della reclusione da 3 mesi a 3 anni). Ma non voglio entrare nel merito di questo copia e incolla mattutino, anche perché il minore in questione non rientrerebbe nella casistica.
Ma ora voglio ricordare e, indi scarabocchiare qui di seguito, ciò che avvenne nel giorno in cui “rubai” le arance.
Si prospettava un week end magnifico. Sole in abbondanza, vento assente, alta pressione e tutto questo in pieno inverno marzolino. Poche parole con Leo, uno sguardo e via, a bordo del camper verso le colline siciliane dell’entroterra.
Adoro le colline siciliane in primavera. Sono languide pennellate di verde, intenso, mielato, annacquato, reso evanescente dalla foschia che si intreccia coi fili d’erba nuovi. Vorrei camminarci sopra e non so cosa ci sia coltivato. Con le braccia dietro la schiena, con  l’andatura da viandante vagabondo e uno zainetto con poche cose, vorrei intraprendere un viaggio a piedi su queste colline, salendo e poi scendendo, fermandomi e dormire quando ne ho voglia, con la faccia al cielo e non aver paura di niente. Piccole case fatte con pietre a secco e senza tetto, dove l’erba alta ormai esce dai buchi neri delle finestre sono messe lì, come farebbe uno scenografo dei verdi, ad occupare i posti migliori sul palcoscenico, a godimento di una platea che scorre distratta in autostrada come un lungo rigagnolo di metallo colorato. Anche io faccio parte del rigagnolo, sono lì dentro, ma nuoto e non affogo. Ammiro. Guardo e ammiro. E gli applausi? Quelli non li faccio…non voglio distrarre chi mi sta accanto. Vorrei chiedere il bis, ma anche questo non mi è concesso.
In una conca, dove placido scorre il fiume Belice, sgorga una sorgente di acque termali, doverosamente incanalate presso una struttura turistica che al di là di facili commenti su impatti ambientali e simili, offre indubbiamente un intervallo di rilassamento a chi ne vuol godere.
E noi ne abbiamo goduto. In tutti i sensi. Oserei dire con tutti e cinque.
Il posto ha una bella piscina di acqua termale, ovviamente, e ammollarsi là dentro in una specie di catarsi fisica e mentale ha un suo fascino che sfiora un piacere quasi sessuale. Le posizioni più belle sono quelle del morto che sorride, penzoloni, abbarbicat, treccina. Non sto qui a dilungarmi sulle spiegazioni di ognuna ma, se ci fosse qualcuno interessato, può chiedermi lumi sui “commenti”. Dico soltanto che hanno un comune denominatore: l’espressione assolutamente inebetita dei protagonisti, con sorriso appena accennato, quasi da colto in flagrante durante esercizi onanistici che non hanno nulla a che vedere con gli esercizi spirituali.
Un bellissimo aranceto a ridosso di una cava di pietra, offriva riparo e conforto per la notte e vi restammo cullati dal cupo verso dell’upupa.
Erano arance non di bell’aspetto. Molte erano già per terra come colte da una contagiosa stanchezza vegetale. Altre occhieggiavano dai rami in attesa che un refolo di vento ponesse fine a quell’esistenza sospesa.
Si aggirava nei paraggi un camperista doc, di quelli davvero ruspanti con tuta da ginnastica e mezzo non costoso, rubizzo, basso e per niente atletico come molti siciliani sanno essere.
“Buongiorno!”. Il suo saluto si levò solitario nella conca rimbalzando sulla parete della cava senza nessuna eco. Aveva il gavone del suo camper aperto. Da esso ammiccavano, disposte in bell’ordine dentro casse di plastica azzurre e bucherellate, chili e chili di arance.
“Mi disse mia cognata che vuole portate un po’ di arance. Magari un sacchettino glielo raccolgo visto che il popietario ci disse che le possiamo raccogliere!”
Mai tale comunicazione ebbe il potere di superare così democraticamente le superbe barriere classiste, mai, neanche un dispaccio di agenzia ANSA con la notizia di Bush che si fa musulmano , fu accolto con cotanta attenzione.
Vagare tra gli aranci col profumo di terra smossa, in costume da bagno, in un tiepido marzo che non ha timore di lambirti il candore epidermico dell’inverno, è un’esperienza senza eguali.
Con un coltellino tagliammo a metà un’arancia e affondai la mia faccia nel frutto.
Il succo rosso e dolcissimo, colava per le mani fino ai gomiti e la polpa tenera e gustosa mi accarezzava la bocca in un gustoso massaggio gengivale.
Il profumo e il sapore del frutto appena colto mi si stampò sul corpo e sull’anima come un tatuaggio.
E’ bello mangiare un frutto appena colto perché ha in sé tutta la fragranza che si disperde solo dentro la tua bocca. Devi essere veloce però. Il frutto va colto e subito addentato. Niente preliminari. Vorrei mordere un frutto senza coglierlo, senza spezzare la linfa vitale che l’attraversa,  non per una visione animistica dell’agrume, ma per una questione di gusto e olfatto.
Fu una giornata memorabile, una di quelle giornate dove corpo e anima non litigarono e dove i cinque sensi ne uscirono appagati. Non una radio gracchiò, non un telefono suonò, nemmeno il frastuono indistinto di una tv portatile si udì. Solo il soffice tonfo ovattato delle arance che in un singulto di estrema regalìa si adagiavano per terra aprendosi e le altre sui rami nell’attesa di perdersi tra le mie mani.
In lontananza le dolci colline verdi attendevano il mio passaggio e i cespugli di profumatissime ginestre mi indicavano la strada verso casa.
 

 

postato da: lofoten alle ore 18:18 | link | commenti (4)
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giovedì, 14 aprile 2005

AMO IL MIO CAMPER

  

Amo il camper come la mia casa.

 

Ieri ho comprato al mercato di via Montalbo l’ennesima insalatiera, questa volta trasparente come quelle che fanno vedere in tv alla prova del cuoco, anzi, c’era proprio scritto che erano come quelle. Già vedo il radicchio, la rucola e i fagioli bianchi di Spagna rigirarsi in una condita esibizione resa fruibile dalla trasparenza del contenitore. Qui, reato di occulta informazione, non c’è stato. Io, libera spettatrice di infamie pubblicitarie sono corsa al mercato per averne una uguale.

 

Il mio camper non è immenso, ma ha tutto quello che occorre per renderti la permanenza confortevole. Ha un bagno con water e lavandino, una doccia con tendina, specchi, pensili e appendini sparsi. L’angolo cottura con quattro fuochi, il forno (con il girarrosto che mai userò), un frigo di tutto rispetto con congelatore e un lavabo da cucina. Ha due divanetti e un tavolino e all’occorrenza il tutto si trasforma in letto. Dormo male sull’altro lettone lettino più grandetto di una piazza e mezza, in quanto mi ritrovo spesso Leo troppo vicino e in quelle notti dove i grilli cantano e il vento fresco sembra soffiare solo dove tu non ci sei, è alquanto fastidioso. Però con tutta sincerità devo ammettere che dopo 4 5 giorni uno si abitua, sia al perenne contatto dell’altro sia alla presenza costante dei propri familiari in uno spazio ristretto.

 

Si dice che ognuno di noi ha bisogno del suo spazio vitale, ma secondo me questa necessità è un obbligo in condizioni di stress e non su un camper e in vacanza per giunta. Prova ne è il viaggio che ho fatto in Norvegia con una coppia di amici e figlia, in formazione quasi al completo, cioè in 6. Di solito però, lo spazio vitale ha soprattutto una dimensione psichica e la difesa all'invadenza fisica comincia lì dove ci sentiamo minacciati nel nostro territorio che volentieri vorremmo marchiare come certi animali. Ma io non ero né minacciata e né stressata, per cui questa promiscuità è risultata in assoluto l’esperienza più divertente degli ultimi anni. Se sopraffazione psichica c’è stata, io sono la colpevole, quando una volta stesi le mutande di Leo nell’unico centimetro disponibile dove sicuramente Rosi avrebbe voluto stendere quelle di suo marito. Dietro un no, detto anche a mezza voce, si cela la paura di perdere la propria immagine di buoni, di essere messi di fronte ai propri limiti, di fare brutte figure, di non essere accettati. Rosi restò muta.

  

Quello era il luglio del 2002, avevamo un camper più grande e la voglia di far scoprire la Norvegia ai nostri amici superava ogni preoccupazione. Al di là di ogni difficoltà logistica partimmo. Per noi era la seconda volta che rendevamo omaggio a questo splendido paese e contagiammo con il nostro entusiasmo anche loro.

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: lofoten alle ore 14:37 | link | commenti (1)
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mercoledì, 13 aprile 2005

LA PRIMA VOLTA

 

 

Finalmente sono qui.

 

Mi sciolgo a poco a poco davanti a questa pagina che scarabocchio per la prima volta. Più di quanto mi scioglievo davanti al foglio bianco a scuola, che poi sistematicamente riempivo come un fiume in piena che non esce dai suoi argini. Ma gli argini a volte cedono. Un crollo improvviso o un cedimento. E via all’anima che corre, al cuore che trotta, al pensiero che scivola sinuosamente ed elabora.

Diga che si rompe e che non crea danni, anzi allaga con la sua acqua la terra secca che si spacca e rinverdisce tutto. Come la primavera che ancora non vuole venire. Sono belle le colline siciliane in primavera. Morbide come le curve di una donna, seguono un percorso che sa di onde, profumate di erba e mucche magre al pascolo, sono lì per farsi guardare. Ed io guardo. Muta e assorta compagna di viaggio di un guidatore attento.

postato da: lofoten alle ore 19:02 | link | commenti (5)
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Chi sono

Utente: lofoten
Che io possa abbracciare tutto. Che possano crescere i fiori accanto alle mie radici. Che io possa rinfrescare me stessa e gli altri dal buon sole quotidiano. Che io possa sedermi all'ombra del grande albero con lui. Che io possa vedere fiumi e torrenti scorrere verso il mare. Che possa, ancora una volta, in un volo di libellula, sfiorare con le mie ali le acque azzurre di tutti i laghi trasparenti per poi tornare ad essere albero, ramo e foglia che non cade.

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