PUNKABBESTIA
Al centro di ogni città vivono e bivaccano i punkabbestia.
Veri e propri bivacchi, e qui lo dico solo per dovere di descrizione e non per critica sociale, sono allestiti nei luoghi piu’ disparati. Strani e inusuali per noi, ma sicuramente scelti non a caso per loro.
Il punkabbestia deve il suo nome innanzitutto al suo look, che ha poco a che fare con i punk londinesi anni 70, e alla sua aria vagamente randagia amplificata dalla compagnia perenne di un cane. Cane di taglia grossa, quasi sempre dormiente, obbligatoriamente meticcio.
Il nuovo Zanichelli dà questa definizione dei punkabbestia: "un gruppo di giovani che vivono in compagnia di cani e senza dimora stabile, vestono in modo disordinato e tendono ad avere piercing e tatuaggi. Vestono in modo disordinato. Come? Con la camicia fuori dei pantaloni? La cravatta slacciata? Oppure con i calzini spaiati? Niente di tutto ciò. Disordinato qui, è tutto quello che non rientra nella categoria vetrinistica dell’uomo con la ventiquattrore. Anfibi da una tonnellata e mezza, pantaloni neri, maglie scure. Tutto rigorosamente incolore reso ancora più stinto dalla polvere dei marciapiedi di mezzo mondo. Non so perché, una leggera incurvatura delle spalle e un’espressione ingrugnita, conferiscono ai punkabbestia un’aria litigiosa che spesso, in verità, non possiedono, con il risultato di avere in comune dei luoghi comuni che vorrebbero tanto scrollarsi di dosso senza successo.
Ignoro da dove nasca questa scelta di vita, ma credo che il disagio di portare sulle spalle, vedi la postura, tutto il peso delle tragedie del mondo oltre la propria, influisca un poco. Ma a volte sono gioiosi, non nel viso, ma con le loro bestie che dormono sempre accovacciate accanto a loro in un indiscutibile abbandono fiducioso. Il punkabbestia si scopre tenero amante del suo cane e vigile controllore della sua cucciolata, ma non sorride ai bambini che si avvicinano per accarezzare i nuovi nati. Tutte le madri, comunque, stroncano sul nascere ogni tentativo di incontro ravvicinato dei loro bambini a cani, cuccioli e padroni. Il sorriso è un cedimento e un collasso dell’anima. La carezza è un gesto quasi meccanico che può essere scambiato per una veloce pulizia del mantello del cane. Il punkabbestia non indugia, non oltrepassa i limiti oltre i quali provocherebbe un intervento armato del suo cervello. Veloce passa la mano in un aborto di carezza sperando in cuor suo che non venga visto dagli amici. Capita anche di vederne qualcuno al semaforo che si improvvisa giocoliere per raccogliere qualche moneta mentre la loro bestia scodinzola affettuosa tra gli extracomunitari.
Ho visto tre ragazzi e una ragazza dormire sotto i portici di un grande palazzo di una via del centro, in pieno giorno. Una coperta per ciascuno, anch’essa scura, e una rete a copertura di un ponteggio offrivano riparo e protezione dal freddo e dagli sguardi indiscreti. I cani acciambellati ai piedi e un paio di scarpe con i calzini dentro, una accanto all’altra, come fai nella tua stanza quando vuoi essere ordinato, si mostravano agli occhi di chi voleva sbirciare in attesa al semaforo. I punkabbestia, distesi nella mollezza del sonno, sfrontati nelle loro posture senza controllo, detersi dalle angosce della veglia, stavano addossati ad un negozio di mobili. Solo un vetro separava una gradevole scenografia di casa con tutte le sue stanze, camera da letto, cucina, stanza dei bambini, soggiorno e bagno. Sfavillìo di acciai abbinati alla dolcezza del ciliegio, sommier e trapunte di alpaca candide, librerie, poltrone in pelle. Il tutto illuminato con luce soffusa sapientemente, induceva al torpore. Mi veniva di pensare che quei ragazzi, socchiudendo gli occhi nel dormiveglia, immaginassero che quella fosse la loro casa, che in cucina ci fosse la madre che sfaccendava e che la libreria fosse stracolma di carta stampata e dischi, che in quella stanza di bambino colorata forse c’erano passati e che quei mobili contenessero tante e tante cose, belle e brutte, utili e inutili. Un po’ come appoggiarsi al muro dei ricordi, una visione del muro di un pianto che non vuole uscire.
Vorrei chiedere ai punkabbestia perché hanno scelto questa vita. Perché hanno sempre la compagnia di un cane. Se soffrono mai la fame. Se madri, padri, sorelle, fratelli sanno che mendicano, anche se nella sfrontatezza di chi mendica c’è sempre un battito di ciglia che ti ricorda quello di un bambino, solo che i mendicanti non li guardi mai negli occhi e non te ne accorgi. Voglio sapere se fa male farsi un tatuaggio e se fa male non incontrare lo sguardo della gente. Voglio sapere dove si lavano, se pregano, se credono.
Voglio farlo. Vorrei farlo. Ma già ho il passo veloce e giro la testa da un’altra parte.
Igor
AMO IL MIO CAMPER
Amo il camper come la mia casa.
Ieri ho comprato al mercato di via Montalbo l’ennesima insalatiera, questa volta trasparente come quelle che fanno vedere in tv alla prova del cuoco, anzi, c’era proprio scritto che erano come quelle. Già vedo il radicchio, la rucola e i fagioli bianchi di Spagna rigirarsi in una condita esibizione resa fruibile dalla trasparenza del contenitore. Qui, reato di occulta informazione, non c’è stato. Io, libera spettatrice di infamie pubblicitarie sono corsa al mercato per averne una uguale.
Il mio camper non è immenso, ma ha tutto quello che occorre per renderti la permanenza confortevole. Ha un bagno con water e lavandino, una doccia con tendina, specchi, pensili e appendini sparsi. L’angolo cottura con quattro fuochi, il forno (con il girarrosto che mai userò), un frigo di tutto rispetto con congelatore e un lavabo da cucina. Ha due divanetti e un tavolino e all’occorrenza il tutto si trasforma in letto. Dormo male sull’altro lettone lettino più grandetto di una piazza e mezza, in quanto mi ritrovo spesso Leo troppo vicino e in quelle notti dove i grilli cantano e il vento fresco sembra soffiare solo dove tu non ci sei, è alquanto fastidioso. Però con tutta sincerità devo ammettere che dopo 4 5 giorni uno si abitua, sia al perenne contatto dell’altro sia alla presenza costante dei propri familiari in uno spazio ristretto.
Si dice che ognuno di noi ha bisogno del suo spazio vitale, ma secondo me questa necessità è un obbligo in condizioni di stress e non su un camper e in vacanza per giunta. Prova ne è il viaggio che ho fatto in Norvegia con una coppia di amici e figlia, in formazione quasi al completo, cioè in 6. Di solito però, lo spazio vitale ha soprattutto una dimensione psichica e la difesa all'invadenza fisica comincia lì dove ci sentiamo minacciati nel nostro territorio che volentieri vorremmo marchiare come certi animali. Ma io non ero né minacciata e né stressata, per cui questa promiscuità è risultata in assoluto l’esperienza più divertente degli ultimi anni. Se sopraffazione psichica c’è stata, io sono la colpevole, quando una volta stesi le mutande di Leo nell’unico centimetro disponibile dove sicuramente Rosi avrebbe voluto stendere quelle di suo marito. Dietro un no, detto anche a mezza voce, si cela la paura di perdere la propria immagine di buoni, di essere messi di fronte ai propri limiti, di fare brutte figure, di non essere accettati. Rosi restò muta.
Quello era il luglio del 2002, avevamo un camper più grande e la voglia di far scoprire la Norvegia ai nostri amici superava ogni preoccupazione. Al di là di ogni difficoltà logistica partimmo. Per noi era la seconda volta che rendevamo omaggio a questo splendido paese e contagiammo con il nostro entusiasmo anche loro.
LA PRIMA VOLTA
Finalmente sono qui.
Mi sciolgo a poco a poco davanti a questa pagina che scarabocchio per la prima volta. Più di quanto mi scioglievo davanti al foglio bianco a scuola, che poi sistematicamente riempivo come un fiume in piena che non esce dai suoi argini. Ma gli argini a volte cedono. Un crollo improvviso o un cedimento. E via all’anima che corre, al cuore che trotta, al pensiero che scivola sinuosamente ed elabora.
Diga che si rompe e che non crea danni, anzi allaga con la sua acqua la terra secca che si spacca e rinverdisce tutto. Come la primavera che ancora non vuole venire. Sono belle le colline siciliane in primavera. Morbide come le curve di una donna, seguono un percorso che sa di onde, profumate di erba e mucche magre al pascolo, sono lì per farsi guardare. Ed io guardo. Muta e assorta compagna di viaggio di un guidatore attento.